A 10 anni di distanza dalla “Riforma Biagi”, un nuovo attacco ai lavoratori

Tra pochi giorni ricorrerà l’anniversario della morte del giuslavorista Marco Biagi. Il 19 marzo del 2002 venne ucciso sotto casa dalle nuove Brigate Rosse. All’epoca avevo 19 anni. Mi ricordo benissimo la polemica che infiammava il dibattito politico. Gli italiani, soprattutto quelli di sinistra, scendevano in piazza. Si parlava di flessibilità, ma a distanza di 10 anni si può benissimo affermare che chi allarmava su una riforma che avrebbe creato precarietà aveva ragione.

Ieri ospite de “La storia siamo noi” di Minoli era il segretario generale della CGIL, Susanna Camusso. Sui giornali di oggi viene riportato il pezzo della trasmissione nella quale il giornalista le chiede conto del comportamento che Cofferati adottò all’epoca. Da quel che ho compreso si chiedeva al numero uno del sindacato di condannare le posizioni del segretario generale dell’epoca: come se le ragioni di quella battaglia diventassero sbagliate dopo l’assassinio del professore.

Un paese serio dovrebbe essere in grado di distinguere tra un efferato atto criminale ed un dibattito social-politico. Ieri come oggi si può essere contro una riforma del lavoro che si giudica iniqua. La Fornero, con l’articolo, nel suo progetto mette insieme lo sfoltimento della giungla dei contratti di lavoro con la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma l’uno non è vincolato all’altro.

Bene agli apprendisti solo in caso di assunzione per le aziende; bene alla maggiorazione contributiva (aliquota dell’1,4%) sui contratti a termine che l’azienda potrà recuperare, sotto forma di premio di stabilizzazione, se assume il lavoratore a tempo indeterminato; bene sui contratti a progetto all’introduzione di un incremento dell’aliquota contributiva all’Inps, così da proseguire l’avvicinamento alle aliquote previste per il lavoro dipendente (33%); bene alla stretta sulle Partita Iva per limitarne l’abuso; bene sul controllo dei progetti che stanno alla base dei co.co.pro, come si deve salutare con favore la maggiorazione del tempo di distacco del dipendente dall’azienda tra un progetto e l’altro.

Male quasi tutto ciò che riguarda la discussione sull’articolo 18: si limita l’azione di reintegro sul posto di lavoro e si favorisce lo statuto dell’indennizzo. In più si prevede un tetto di risarcimento in caso di reintegro: verranno rimborsate solamente un massimo di 24 mensilità, se la causa durerà anche solo un mese di più quello stipendio si andrà a fare benedire.

A 10 anni di distanza dalla “Riforma Biagi” ecco un nuovo attacco ai lavoratori ed il dissenso è legittimo.

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