Elisabetta

Siparietto di un’Italia che esiste e che ci ostiniamo a non voler guardare dritto negli occhi. Del tipo che entri al bar in quell’orario che è a metà. Del tipo che il bar è sulla strada statale che ti porta a Torino. Del tipo che per te è il terzo caffè in pochissime ore. Tu entri ed ordini il caffè. Silenzio tra te e il tuo collega. Voi siete troppo avanti per essere spiazzati. Comunque rimane il fatto che dietro di voi, appoggiato al frigo vuoto dei gelati si trova un uomo vestito da donna. Improponibile. Con delle manone enormi. I capelli sono come quelli di Milva, la cantante. Legge il giornale, La Stampa, la sezione di Torino, il pezzo sui nidi. Un uomo entra e la saluta per nome. Il barista fa una battuta a doppio senso e tutti la rimarcano. Lui ride, l’uomo vestito da donna. Bevi il caffè. Mangi il saccottino. Esci dal bar e guardi il camper. Era dove si trovava prima, ma adesso aveva un senso nuovo. Adesso ti rendi conto del grande orsacchiotto sul lato passeggeri e della scritta enorme sul parabrezza. Beh, questa è un’altra Italia che noi non guardiamo mai in faccia.

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