Tagliate i vostri stipendi

L’indice ed il pollice che giungono alle labbra, al braccio una borsetta di quelle comprate in un negozio di souvenir turistici, le scarpe da ginnastica con i lacci rosa, i capelli lisci e scuri raccolti e nascosti da un cappello da cuoca.

Era simile il cappello che indossava mia mamma quando voleva darsi un tono con i clienti del suo piccolo ristorantino in provincia di Torino. Aveva avuto la fo

rtuna di realizzare un sogno: quello di avviare un’attività e gestirla a modo suo.

Entusiasmo. Quello che provi quando sei un ragazzino e partecipi alle prime manifestazioni studentesche. Quello che si accompagna al tremolio che hai nelle gambe figlio dell’emozione di sovvertire le regole, di fare come i grandi, di essere convinto di contare qualcosa.. per la prima volta.

Paura. Quando vedi una pattuglia che presidia il tuo corteo, che poi imparerai che il più delle volte non succederà nulla. Quando pensi al fatto che una volta tornato a casa ti rimprovereranno perché hai tagliato qualche ora di lezione.

Momenti genuini che passano e non tornano. Sono diversi i sapori, i colori, i rumori, gli odori degli anni successivi perché si mischiano con le idee che diventano più radicali o più moderate. Prima senti la vittoria in pugno, dopo sei consapevole che è solo una delle possibilità.

Il boato degli slogan degli studenti del Colombatto ieri è arrivato fino in Piazza Castello ed in quel momento per una frazione di secondo lo spread dell’entusiasmo, della paura e della genuinità è andato fuori controllo. Era un’onda, di quelle che vedi arrivare, ma delle quali non sai giudicare la potenza reale. Si è riversata in Piazza Palazzo di Città e si è infranta contro la porta del Comune di Torino. Dentro vi era il sindaco. Sarebbe stato bello se fosse sceso a parlare con i ragazzi. Se gli avesse chiesto il perché della protesta, degli slogan che scandivano e se si fosse fatto fotografare con loro.

“Tagliate i vostri stipendi”. Fosse così facile. Qualcuno magari un giorno dovrebbe dirlo a questi ragazzi che il problema è ancora più complesso. Che la questione è economica e culturale. Che i sogni non vanno persi, ma perseguiti.

Carlos Ruiz Zafón ne “L’Ombra del Vento” fa dire ad un suo personaggio di conservare i propri sogni perché non sappiamo quando questi ci torneranno utili. Sarebbe stato bello se qualcuno avesse detto a questi ragazzi: “Conservate i vostri sogni, prima o poi ne avrete bisogno”.

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