Il dittatore – Né carne né pesce

PropagandaSia chiaro: io non lo cerco e non voglio avere nulla a che fare con lui, ma quel maledetto del dittatore è tornato a bussare alla porta di casa mia e mi ha costretto ad ascoltare la storia che trovate di seguito. Mi raccomando leggete questa storia con la giusta dose di ironia e cercate di trovare la corretta chiave di lettura. Vi auguro una buona lettura.. 

Il dittatore – Né carne né pesce

Gli eventi calamitosi che colpirono la penisola italica durante quell’inverno furono talmente disastrosi che vennero addirittura riportati sui testi scolastici nei decenni successivi. L’economia padana venne piegata dal volere dei fiumi in piena contenuti solamente da argini di cartone, in meno di ventiquattro ore andò in fumo il lavoro agricolo di un anno intero e il guadagno dei due successivi. I partenopei dovettero fare i conti con il risveglio del grande vulcano, il Vesuvio dopo anni di dormiveglia decise di riprendere la sua attività vulcanica ricoprendo di lava tutte le abitazioni che erano state edificate nel raggio di cinque chilometri attorno ad esso. Dal Mediterraneo, amico e nemico del popolo italiano, arrivò invece il flagello che scoperchiò l’ottanta per cento delle abitazioni siciliane, lasciando i siculi con solamente la coppola a coprirgli il capo e la canna della lupara a scaldargli le mani.

La disperazione la faceva da padrone, si poteva percepire in ogni angolo del Paese. Il giovane dittatore sentiva tutto sulle spalle il peso della storia, da qualche giorno l’uomo più potente della nazione non faceva altro che massaggiarsi la zona cervicale e, rifugiato nella libertà delle mura domestiche, non faceva altro che lamentarsi del dolore che provava anche solo a voltarsi per controllare cosa stesse accadendo dietro di lui. Il suo medico personale, l’unico uomo sulla faccia della terra che fosse realmente a conoscenza della sua condizione fisica e per questo anche costretto al riserbo più totale pena la morte, gli aveva diagnosticato che quel costante fastidioso dolore fosse esclusivamente frutto dello stress. Il dottore gli aveva spiegato che l’ansia di governare il regime si accumulava sullo stomaco che si trasformava in un pentolone dentro il quale ribollivano tutti i suoi organi interni, il diaframma veniva tirato verso l’ombelico come se legato ad una corda e le spalle si incassavano andando a creare una compressione sul trapezio. L’unica cura sarebbe stato un periodo di riposo che però era da escludersi nel modo più assoluto, soprattutto in un momento tanto delicato come quello.

Mio dittatore, io faccio il mio lavoro ed in questo caso, mi permetta, non posso limitarmi a consigliarle un antidolorifico e lavarmene le mani” – disse il medico al termine di un dibattuto colloquio con il supremo – “Comprendo perfettamente le sue preoccupazioni e sono consapevole della gravità del momento, ma il nostro sguardo deve essere rivolto al futuro: se domani vorrà ancora essere abbastanza forte da guidare il regime, oggi dovrà fermarsi a riposare“. Quella del dottore era una sentenza.
Ma non è possibile” – rispose sull’orlo dello sconforto il giovane capo della gerarchia – “Lei non si rende conto. La gente comincia a mormorare, dicono che quando non c’era il regime lo Stato centrale aiutava le popolazioni in difficoltà, pensi che i miei uomini infiltrati tra i dissidenti riferiscono che qualcuno starebbe addirittura rivalutando l’operato del vecchio Cavaliere nelle terre d’Abruzzo. Si figuri che l’altra sera, durante i festeggiamenti del regime, il ministro dei trasporti rammentava, nemmeno troppo velatamente, le facili celebrazioni che venivano concesse prima della presa del Parlamento. Dottore, questi sono segnali e il dissenso va combattuto prima che prenda piede
Mio giovane amico” – disse il medico con tono paterno – “spero di potermi permettere un piccolo consiglio: si guardi attorno, valuti la fedeltà dei suoi sottoposti, reprima il dissenso e inneschi la potente macchina della propaganda. Strizzi l’occhio al popolo, faccia capire ai suoi sudditi che sta pensando loro perché è questo il momento di comprarsi la fedeltà“.

La potente macchina di propaganda del regime si attivò in men che non si dica. Vennero subito convocati i vertici del clero, del regime e i pochi anziani liberi utili alla causa italica. Fu durante una riunione fiume presso la villa torinese del dittatore che venne studiato il piano che avrebbe zittito sul nascere i malumori e reso ancora più forte il regime.
Chi siamo noi per assumerci la responsabilità di tutto questo” – aveva esordito il supremo cardinale accarezzando la croce che portava sul petto.
E’ una cosa più grande di noi” – disse il capo dei vecchi assoggettati al regime.
E’ volontà divina” – chiosò il giovane capo della gerarchia. Il cardinale appena udite quelle tre brevi parole si fece il segno della croce, mentre il vecchio si aggrappò al suo prosecco. Per qualche secondo dentro la sala regnò il silenzio, poi il capo della gerarchia militare disse: “Signori miei, mi dispiace, ma non abbiamo altra soluzione. Dobbiamo dire alla nazione intera che quel che sta accadendo è esclusivamente volontà divina. Fidatevi di me, ci crederanno. Basteranno poche semplici mosse e in un paio di giorni tutti gli italiani saranno convinti di essere una massa di peccatori: il cardinale dovrà riferire la decisione a Roma, ci penseranno loro ad aggiornare i testi delle prediche; mentre i vecchi del regime dovranno invadere bar, piazze, uffici postali, sale d’attesa dei medici e limitarsi a riportare le parole del prete“.
E il regime cosa farà?” – domandò il cardinale.
Verrà in soccorso del popolo italiano” – rispose il dittatore.

I muri delle città furono ricoperti di manifesti propagandistici: PRIMA GLI ITALIANI; IL BENE DELL’ITALIA PRIMA DI TUTTO; DIFENDIAMO IL NOSTRO SUOLO E LA NOSTRA STORIA. Sulle panche delle chiese milioni di fedeli appresero che era tutto già profetizzato nelle sacre scritture e che la fine del mondo era vicina, però nell’attesa della venuta dei Cavalieri dell’Apocalisse il regime si sarebbe adoperato per fare in modo che i partenopei avessero di nuovo la loro casa in cima al Vesuvio, che i siculi-calabro-pugliesi potessero nuovamente godere di un tetto per la loro abitazione abusiva e che le imprese edili nordiche potessero nuovamente costruire edifici di cartongesso, pulire simbolicamente i letti dei fiumi e fare argini di argilla sotto lauto compenso. Tutto sarebbe tornato come prima.

Ora l’unico problema da affrontare sarebbe stato quello di stabilire le priorità perché, anche se il dittatore era intenzionato a non spendere neppure un centesimo per la riparazione dei danni, le pressioni all’interno del regime c’erano. Il ministro dei trasporti ormai continuava a rammentare, adesso con insistenza, di quando prima del regime lo Stato aveva aiutato quelli che arrivavano dall’Africa: “Sta diventando un problema quel grassoccio piemontese che sembra un terrone” – aveva confessato al medico il capo della gerarchia militare durante una delle consuete visite alla spalla – “Pensi che l’altro giorno durante il consiglio dei ministri ha detto che è «necessario porre rimedio immediatamente alla disparità storica di trattamento tra immigrati e italiani». Come se io in questi anni di dittatura avessi solamente aiutato i marocchini“.
E’ oltraggioso il subdolo e irriverente attacco che quel cavourese le sta in modo così insolente rivolgendo. Meriterebbe una tirata di orecchie” – disse quasi sottovoce il fidato dottore.
Lei crede?” – rispose stuzzicato il dittatore.
Perché lei non si sente offeso nella sua dignità di capo supremo della penisola italica?
Adesso che mi ci fa pensare..
Allora, se mi posso permettere un suggerimento..” – sorrise il medico mentre lo avvolgeva in un abbraccio amichevole.

Erano ormai due giorni che gli altoparlanti delle camionette dell’esercito annunciavano il messaggio alla nazione del dittatore. Il perno del regime aveva condiviso le sue intenzioni solo con pochi intimi, neppure il consiglio dei ministri era a conoscenza dei dettagli del piano. Alle ore 20.30 esatte l’unica stazione radio e l’unica emittente televisiva autorizzate a trasmettere sul suolo italiano si sintonizzarono e cominciarono la diffusione: “Al popolo italiano è rivolto il mio pensiero e il mio operato. Le difficoltà dei fratelli lombardi, piemontesi, campani, siciliani, pugliesi e calabresi mi affliggono e inondano il mio cuore di dolore e commozione. Sappiate che il regime è dalla vostra parte e lo sarà sempre. Abbiamo dovuto prendere decisioni importanti in questi giorni ed in queste ore e tutti noi dovremo fare enormi sacrifici per il bene del Paese. Mi appello al vostro senso di solidarietà, anche noi non ci sottrarremo dal fare nostri provvedimenti dolorosi. In modo graduale ognuno di voi riavrà quel che ha perduto, purtroppo qualcuno prima e qualcuno poco dopo secondo una speciale graduatoria che gli uffici del regime hanno stilato“.

Il giovane sottoposto dell’ufficio “Soluzioni immediate a Problemi complessi” aveva lavorato per due notti di fila per stilare una graduatoria che avrebbe dovuto stabilire priorità territoriali di intervento per aiuti che mai sarebbero arrivati. Il filo logico lo trovò solo poche ore prima: “Supremo, io avrei adottato parametri storico-territoriali per tracciare una lista degli interventi su scala nazionale. Nel senso che indubbiamente un piemontese ha la precedenza su un laziale, che però è sicuramente davanti ad un calabrese. Non so se rendo l’idea: in cima alla lista ci sono i popoli del nord e poi a scendere gli altri” – quello del sottoposto era un ragionamento che non avrebbe fatto una piega davanti al consiglio dei ministri, ma l’interesse principale del dittatore era un altro: “E un piemontese che sembra e si comporta come un terrone quanto vale?” – chiese il capo della gerarchia.
Il sottoposto sgranò gli occhi e rispose farfugliando: “Beh, credo meno di un meridionale perché non è né carne né pesce“.
Bravo ragazzo era quello che volevo sentirti dire. Annota, annota, metti un asterisco” – disse il dittatore che poi concluse – “E’ storicamente inaccettabile che il regime abbia un ministro che non è né carne né pesce

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