La vita ha un senso, ma noi lo abbiamo dimenticato

nebbiaLa mia sola ambizione è di non diventare nessuno, mi sembra la cosa più giusta” – lo scrive Bukowski nel racconto La morte del padre I. E’ da qualche giorno, ormai ho superato la doppia cifra, che rifletto sul senso della nostra esistenza (ho cominciato anche a scrivere qualcosa su questo) e sono arrivato a due conclusioni e una domanda.

La vita è un brivido che vola via, lo diceva Vasco: è un processo che inizia e finisce senza chiederti il permesso, l’unica cosa che si può fare è subirla cercando di limitare i danni. Tutti la subiamo, anche coloro che si sbattono dalla mattina alla sera per la carriera o per arricchirsi la subiscono, perché in ogni caso finisce quando vuole lei, non quando vogliamo noi. Sarà banale, ma questa è la prima conclusione.

Un pensiero comune a molti è che la storia la scrivono i vincitori, per la memoria vale uguale. Chi ci lascia non ha mai l’ultima parola e l’unica speranza che ha e che chi lo ricorderà sia abbastanza clemente da ricordarlo per quello che era. E’ ingiusto. Seconda considerazione.

Ma allora quale dovrebbe essere la nostra ambizione? E’ qui che entra in gioco Bukowski: lui si è goduto la vita? Se sì, cosa gli ha permesso di godersi la vita? Avrebbe potuto vivere meglio? Ma sarebbe stato veramente felice? Bukowski ha preferito vivere a casaccio e fare quello che ha voluto, ma per fare ciò non ha raggiunto gli obiettivi che per molti sono il fine della vita. Ha ragione lui o gli altri.

Esiste un’ambizione buona e un’ambizione cattiva? Chi troppo vuole nulla stringe? Chi troppo vuole non si gode la vita? Quali sono i momenti belli della vita? Quanti ne sacrifichiamo per inseguire uno status sociale?

Troppe domande (e ne avrei ancora molte), datemi qualche risposta.

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