Sopra il treno sbagliato: prossima fermata la libertà!

trenoQuello che vi propongo oggi è un racconto inedito che vuole parlare della monotonia delle nostre giornate. I nostri giorni sono carichi di impegni che in realtà tolgono spazio alle cose più importanti. Tutti dovrebbero avere il diritto di godersi la propria vita, i propri affetti, i propri amici e i propri posti. È tutto così sfuggevole che sarebbe un peccato perdere questa occasione.

Sopra il treno sbagliato: prossima fermata la libertà!

“E tu quando lo hai visto a terra cosa hai fatto?”
“Ho pregato”
“Tu non credi in Dio, perché lo hai fatto?”
“Perché credevo valesse la pena tentare” – Riccardo all’ora di cena amava chiacchierare anche se raramente aveva storie uniche da raccontare.

Lungo i binari ferroviari c’erano le vecchie carrozze dei treni ormai in disuso, era là dentro che passava le sue nottate in compagnia di qualche altra anima confusa e smemorata. Sì, perché la memoria è la prima cosa che si lascia andare quando si decide di abbandonare tutto quello che il pensiero comune ritiene importante.

Era il più anziano del quarto chilometro. Da qualche anno si era sistemato dentro il vagone letto di un vecchio Torino-Siracusa: era stato fortunato perché la notte aveva un posto morbido sul quale poggiare la testa a differenza di altri che dovevano dormire sotto i portici di via Po o di Corso Vittorio. E quando aveva freddo non doveva fare altro che sollevare lo sguardo e, fissando i vecchi quadri posti sopra i seggiolini, immaginare di essere già arrivato tra le palme del lungo mare siciliano. Non sempre però era stato così.

“E poi?”
“E poi ho capito che Dio non esiste perché se esistesse tutto quello non sarebbe successo” – i rumori, i colori, gli odori di quel giorno li aveva già raccontati almeno un milione di volte sempre a un viso differente. Mai nessuno però gli aveva chiesto oltre, almeno fino a quel giorno: “E poi?”
“E poi ho preso il treno sbagliato” – rispose semplicemente Riccardo facendo balenare dentro gli occhi di Angela un lampo di curiosità – “Hai presente i giorni, quelli che sono tutti uguali? Per me era così: sveglia alle 6.50 del mattino, colazione, doccia, caffè, macchina, stazione, parcheggio, treno, ferrovia, binario, bar, caffè, sigaretta, portici, mozzicone a terra prima della tabaccheria, parco, corso, vecchietta in auto ferma al semaforo lampeggiante, imprecazione, piazza, ascensore, ufficio, bagno, computer, computer, computer, pranzo, caffè, computer, computer, computer, ascensore, strada, metropolitana, fermata uno, fermata due, stazione, scale, binario, treno, ferrovia, stazione, parcheggio, macchina, cena, divano, tv, telefono, impostazioni, sveglia, 6.50, notte, alba, sveglia e si ricominciava”.
“E poi?”
“E poi sono salito sul treno sbagliato. Stessa ora, stesso binario, stesso posto nel quale attendere la stessa porta dentro la quale entrare, stesso vagone, stesso sedile, stessa stazione; a cambiare era solo il libro che leggevo quando ne avevo voglia: la mia vita era cadenzata dal sillabare della monotonia. Anche quel giorno avevo battuto la mia giornata secondo i soliti quattro quarti: casa, ufficio, ufficio, casa; casa, ufficio, ufficio, casa. Fu nel passaggio tra ufficio e casa che qualcosa andò storto perché quando arrivai dietro la linea gialla, davanti alla porta del convoglio che si stava chiudendo, il capotreno era pronto a fischiare la partenza, io sollevai la borsa con la mano destra e gli lanciai un urlo che fu provvidenziale per non farmi rimanere fermo in stazione”.
“E poi?”
“E poi i treni sono tutti uguali, quello che cambia sono i passeggeri. Avevo il fiatone, il cuore che batteva forte, il sudore che mi scendeva dalla fronte, faceva caldo e una volta seduto chiusi gli occhi per qualche secondo nell’attesa di riprendere in mano il battito della noia. C’era un silenzio magnifico, le luci del vagone erano spente, funzionavano solo i neon d’emergenza. Fuori era buio e si vedevano solo le finestre accese dei palazzi popolari dentro le quali qualcuno stava preparando la solita cena da consumare attorno allo stesso tavolo guardando lo stesso telegiornale o la stessa telenovela. Nulla cambiava, tutto per tutti era uguale: lunedì divano, martedì calcetto, mercoledì birra con gli amici, giovedì palestra, venerdì aperitivo, sabato cena, domenica posticipo. Confortevole, protettivo, rassicurante”.
“E poi?”
“E poi mi sono addormentato. Ho dormito tantissimo e quando mi sono svegliato il paesaggio non era quello di sempre, la stazione non era il capolinea, il treno non era fermo, il Monviso non era intento a sbirciare dentro il finestrino, l’automobile non era posteggiata dentro il parcheggio e non c’era neppure il parcheggio. Ero confuso quanto un micio che si nasconde nel cassetto del comò e quando si sveglia non sa più dove si trova; che allunga il collo e con le orecchie issate si scruta attorno per poi arrendersi con indifferenza alla consapevolezza che il mondo dentro il quale vive non è quello che si è scelto, ma quello che si è ritrovato cucito addosso da qualcuno che non conosce veramente”.
“E poi?”
“E poi ho continuato a guardare il panorama che c’era fuori dal finestrino. O Dio non è vero. Subito mi sono fatto prendere dal panico: su in piedi di scatto, borsa in mano, giacca sul braccio sono corso alla ricerca del capotreno. Io dovevo tornare immediatamente indietro, a casa avevo un sacco di cose da fare che non potevo assolutamente rinviare: avrei dovuto cucinare il pranzo per il giorno dopo; avrei dovuto finire quella relazione che il capo voleva assolutamente per le 8.00 del mattino successivo; avrei dovuto sentire al telefono i familiari più stretti; avrei dovuto finire di leggere quell’articolo di quell’editorialista che al circolo avevano recensito tanto bene; avrei dovuto stirare almeno un paio di camicie; avrei dovuto scrivere il parere degli ultimi tre libri letti; avrei dovuto rispondere alla lettera di quella carissima amica; però prima di tutto avrei dovuto declinare l’invito per cena che mi avevano inoltrato il giorno prima per quella sera stessa”.
“E poi?”
“E poi dopo aver parlato con il capotreno e aver constatato che non c’era nulla da fare se non aspettare di arrivare alla prima grande stazione distante non meno di qualche centinaio di chilometri mi sono riseduto e ho continuato a guardare il panorama che c’era fuori dal finestrino. Era tutto molto strano, era bizzarro. Ero talmente meticoloso nella mia clausura monotona che sbagliare era praticamente impossibile: nessuna distrazione, nessuna emozione, nessuna sorpresa, nessuna paura, nessuna aspettativa, nessuna passione, nessuna tentazione. La vita non mi sorrideva e io la ignoravo, nessun eccesso di entusiasmo e nessuna iniziativa presa a sproposito: la mia vita era circoscritta all’interno di una bolla di sapone a ph neutro, sempre tranne quel giorno”.
“E poi?”
“E poi mi ritrovai a stupirmi per un dettaglio che mi ricordava il passato. Là, in mezzo al mare sopra un’isoletta, c’era un piccolo castello illuminato e io con la memoria mi ritrovai dentro la sala di un vecchio ristorante durante un incontro romantico di qualche anno prima a base di ostriche, champagne e con un gioiello come dessert. Mi ricordai il volto dell’illusione, dell’ingenuità, della sottomissione, della dipendenza fisica e mentale che può dare un’altra persona, dell’ipocrisia, delle convenzioni, della lotta di classe, delle differenze e anche della pazzia. Sorrisi al dolore passato e all’indifferenza del presente”.
“E poi?”
“E poi con le dita della mano cominciai a contare gli anni lasciati andare con indifferenza. La notte arriva per lavare lo sporco che lascia il giorno e per darci l’illusione che l’indomani sarà tutto diverso, che sarà una nuova opportunità. L’inganno dura poco, fino al momento in cui ti rendi conto che i giorni vissuti senza la carezza della felicità sono di più ed è in quel momento che il Re, posto in cima al castello di carte che avevi eretto, sbatte sulla superficie del tavolo di legno nudo”.
“E poi?”
“E poi ho pensato che non ne valesse la pena di sprecare il sole di una bella giornata, o la brezza del mare, o il fresco di un bosco di montagna, o il sorriso di mio nonno, o le fusa del mio micio e lo scodinzolio del mio cane, o l’amore di una donna, o la complicità di un amico. Io da quel treno non sono più voluto scendere perché non si sceglie di salire sul treno sbagliato, ma si può decidere di avere il coraggio di rimanerci sopra acciuffando la bellezza della normalità”.

Twitter: @gioeleurso1

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