Mi finisci il racconto?

DraculaVi è mai successo di capitare per caso in un luogo e di essere travolti da una irrefrenabile tempesta di fantasia? Di essere colti improvvisamente da una voglia pazzesca di immaginare e dare vita alle vostre sensazioni? Ecco, a me è successa una cosa del genere l’altra sera: dopo essere andati a cena in un localino di zona, io e i miei amici decidiamo di prendere un amaro in un bar vicino dove non eravamo mai entrati. Il tempo, dentro quel luogo, si era fermato e io una volta tornato a casa ho scritto l’inizio di un breve racconto. Oggi pubblico queste pochissime righe e lancio un contest: siete tutti invitati a finire il racconto. I testi che produrrete potrete pubblicarli come commento al post oppure mandarli come messaggio privato sulla pagina facebook del blog Tempesta di Cervelli. Buon divertimento!

Senza Titolo

Era questione di minuti, Riccardo era convinto che da lì a pochissimi istanti da quell’incavo nel muro sarebbe comparso il Conte Dracula; Gianni, indifferente alle ansie del suo amico, sorseggiava il suo Amaro del Capo seduto al bancone di quella strana locanda.

A servire i pochi clienti che animavano il locale era un donnone privo di entusiasmo e di femminilità: alta, grassoccia, con i capelli raccolti e unti, non vedeva l’ora di abbassare la serranda e mandare a casa tutti quanti. Gianni e Riccardo avevano sentito sulle proprie spalle l’ostilità di quella donna quando pochi minuti prima erano entrati in quel posto. Già l’ambiente non era dei più entusiasmanti: gli sgabelli di legno erano scomodi, i tavolini erano bassi, i bicchieri erano vecchi e c’era pochissima luce. Sembrava che il tempo si fosse fermato un centinaio di anni prima: le poche bottiglie erano sistemate in un mobile in legno di noce che ricordava la facciata di un castello medievale, al centro del quale era posto un orologio le cui lancette indicavano l’una e trentadue minuti di notte.

Dall’altra parte del bancone un paio di emo di campagna stavano sorseggiando una birra in bottiglia, non pronunciavano verbo e fissavano intensamente i due forestieri. Riccardo era teso, faceva caldo e stava sudando; Gianni indifferente a tutto quel che gli stava capitando attorno leggeva la cronaca locale da un settimanale del posto.

Da una stanza adiacente comparve una vecchia signora che accostatasi alla locandiera si tolse gli occhiali e le sussurrò qualcosa all’orecchio, quest’ultima fece un mezzo sorriso. Fu in quel momento che un fulmine illuminò il cielo e la stanza divenne completamente buia…….

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1) Finale di Rosaria Esposito

…in quel buio illuminato dai lampi delle nostre paure, un’odore di polpette bruciate con sottofondo di notti d’oriente si levò in basso e in alto, tant’è che ognuno di noi si ricordò il giorno del suo primo compleanno, tranne uno che ne aveva due. Da tutto l’insieme, parve che quella fosse davvero la cosa più importante dell’universo…di cui un essere sensato debba occuparsi. ma nacquero dei dubbi, e …ogni dubbio porta altri dubbi, fino ai dubbi
sugli stessi dubbi…e se sia il caso o no, di avere dubbi. e se si possa pensare a qualcosa,
senza i dubbi…e se non sia il pensiero stesso
il fondamento del dubbio…o il dubbio
il fondamento del pensiero…e se l’America
fosse stata scoperta, senza il dubbio di Colombo
e se la terra girasse, senza il dubbio di Galileo…
e se il sole occupasse il suo posto, senza i dubbi di Copernico…
e se il tempo e lo spazio significassero qualcosa,
senza i dubbi di Einstein…e se Dio avesse raggiunto il cuore di Agostino, senza il suo dubbio…
e se facesse più o meno freddo
senza il cappotto…
ed erano le dieci e dieci e faceva freddo. Non c’è niente di più romantico di un uomo che vede la sua donna vestita da sposa…che va via e lui, in quel momento, sente di essere innamorato al cubo…però era un gioco. perché a un certo punto apparve, nel buio, la grassona in lacrime e completino rosso sexy sotto uno tsunami cellulitico e : Tu, che dici Eli? Secondo te a che serve? Io, forse sono troppo stupida…ma proprio non lo so, a che serve…credo che non piaccia a nessuno.
A me, no. neanche a noi, signò…
ma lei come la dragonessa delle fiabe malriuscite rimbombò il suo grido d’amore : mi sembra l’ora dell’amore, questa, e della passione…e con gli occhi ingarbugliati s’avventò sul nostro piccolo e ancora illeso gruppetto….dopodichè fu buio davvero. e
…che cosa sarebbe successo se quel velociraptor si fosse imbattuto nel tirannosaurus?
…non lo sapremo mai…mai…
sono le domande fondamentali dell’umanità…quelle che non trovano risposta.

2) Finale di Eleonora Calabrese

Le lancette dell’orologio iniziarono a girare follemente, in un illogico e ridondante ticchiettìo. Un brivido spontaneo corse impazzito sulle braccia di Riccardo, che si rivolse all’amico con un lieve tremito nella voce:

<<Cosa diavolo sta succedendo?>>
Gianni non rispose, ma il respiro affannoso tradì la sua preoccupazione. Una anomala folata di vento stropicciò il giornale che aveva in mano facendolo volare via, l’odore della paura cominciò a impregnare i vestiti.
<<Io non…>> Uno scalpiccìo di passi veloci e trascinati bloccò la frase nella gola di Gianni. Un lampo improvviso illuminò il locale, rivelando un quadro che fece accapponare la pelle di Riccardo: dietro il busto di Gianni vide distintamente un essere terrificante, quasi diafano eppure marcatamente presente allo stesso tempo, con lunghe braccia lacerate appoggiate sulle spalle di Gianni. Le sue dita sottili, con unghie sporche e grosse nocche violacee, sembravano assaporare il contatto con le vesti del ragazzo. “Troppo lunghe, troppo lunghe”, pensò con raccapriccio, incapace di muoversi. La sua mente continuò a partorire lo stesso pensiero, incessantemente.

Tentò di avvertire l’amico, ma dalle labbra tirate uscì solo un penoso gorgoglìo. In quell’attimo le luci tornarono, il ticchettio cessò e un pesante silenzio ammantò tutto il locale. Un suono breve e singhiozzante, come un risucchio, provenne da Gianni: la sua testa pendeva malamente sul lato sinistro, tenuta insieme al collo da un solitario lembo di pelle. Mentre l’essere si leccava le mani grondanti sangue, la donna anziana, rimasta finora a godersi lo spettacolo, si avvicinò all’essere e gli sorrise soddisfatta.
<<Sapevo che ne saresti stato ancora capace, figlio mio. Ma il tuo lavoro non è ancora finito. Questa è la nostra ricompensa per aver aspettato un secolo>> L’essere si voltò verso di lei riconoscente, con un’espressione quasi infantile, emettendo un suono gutturale.

Riccardo fece appena in tempo a dare uno sguardo al vecchio locale, pieno di polvere e ragnatele; il soffitto cadente e la muffa alle pareti confermava che il posto non era stato utilizzato da un lungo, lunghissimo periodo. Si rese conto di essere solo, in un tempo e un luogo che non era in grado di comprendere, mentre di fronte a lui la donna e l’essere immondo si avvicinavano sorridendo, guardandolo con cupidigia.

3) Finale di Alessandra Startari

Fu in quel momento che un fulmine illuminò il cielo e la stanza divenne completamente buia per tutti, meno che per lui: Il conte Dracula. Inconfondibile anche al buio. Era come pensava Riccardo, il vampiro aveva approfittato del blackout per usare l’incavo nel muro che non aveva mai smesso di osservare, e uscire allo scoperto. Li avrebbe uccisi tutti? Riccardo aveva il cuore spinto a mille e il fiato mozzo per lo spavento. Si muoveva a tastoni per trovare Gianni, il suo braccio, la sua mano, qualcosa a cui aggrapparsi prima dell’infarto che – se lo sentiva – era in arrivo. La voce proprio non gli usciva, il terrore la ricacciava in gola. Ma di Gianni nessuna traccia. D’accordo, il suo amico era un tipo distratto e anche scettico nei confronti del soprannaturale, lui spiegava tutto con la matematica e, quando non poteva, beveva un amaro e ci affogava il dubbio, ma adesso dove era finito?
«State calmi, capita spesso. Ora torna» disse la tipa, la grassone al bancone, sì, la locandiera.
«Tranquilla, sorella. Le tenebre ci avvolgono ma non possono ingoiarci fino a che non lo permettiamo noi.»
Riccardo avrebbe scommesso che la frase provenisse dal tavolo degli emo, due squilibrati, evidentemente, che non si erano accorti della presenza di Dracula.
Doveva trovare la forza di mettersi in piedi, doveva farsi uscire il fiato e avvertire gli avventori del pericolo, doveva difendere almeno la vecchietta, l’aveva osservata solo per una frazione di secondo ma sufficiente a stabilire che non ne sarebbe uscita viva, se lui non l’avesse soccorsa in tempo.
Iniziò a contare alla rovescia tre, due, uno, tirò un respiro profondo e via! Scattò in piedi, si mosse, urtò alcune sedie, poi un paio di tavoli, forse aveva calpestato il piede di uno degli emo che aveva emesso un grido di piacere; doveva proseguire, non poteva mollare proprio adesso. Era certo di trovarsi al centro della sala, ora.
Sollevò le braccia e urlò: «Presto, tutti fuori! Non fatevi prendere dal panico! Uscite di qui, fate in fretta o vi ucciderà tutti!»
Ce l’aveva fatta, stava ancora a braccia e in alto col cuore in gola e tremava tutto, ma ce l’aveva fatta. Ora doveva pensare a correre fuori insieme a loro, se fosse rimasto fermo lì, lo avrebbero travolto. Oppure no. Nessuno si era mosso. Il rumore dello scarico di un water si scandì netto all’interno della sala. Lo sciacquone proseguiva il suo flusso e una porticina si spalancò. Da lì proveniva una luce e la sagoma di Gianni ne usciva trionfante.
«Ma che succede?» chiese Gianni.
Fu il momento in cui la luce tornò in tutto il locale. Riccardo era al centro della locanda, le mani in alto e la faccia pallida, spaesata. Tutti lo stavano a guardare come si farebbe con un povero idiota. Pure Gianni, che ancora sistemava i pantaloni e aveva la fronte corrucciata e la bocca semiaperta.
«Signore, se vuole uscire esca, ma la smetta di urlare, ha spaventato mia madre» disse la cicciona col braccio sulla spalla della vecchia che aveva un grosso coltello da cucina in mano e lo teneva in alto, stava per tirarglielo addosso, evidentemente.
«Ho visto Dracula!» gridò Riccardo, fuori di sé .
La locandiera scosse la testa, «Ma che gli ho dato da bere, a questo…» si disse mentre disarmava la vecchietta.

4) Finale di Dayla Venturi

…l’oscurità rese ancora più acuto l’odore di legno affumicato che impregnava la locanda, Riccardo non si mosse, sentiva lo scricchiolio instancabile delle travi tarlate seguire il ritmo snervante della pendola: il tempo sembrava rallentare, imbrogliando il meccanismo e la sua mente. Ora il sudore gli scendeva dalla fronte, scivolava sugli zigomi per poi paralizzarsi nel suo batticuore. La voce gli uscì dalla gola come se giungesse dal fondo di un pozzo:
« Gianni, dove sei?» riusci alla fine a dire. Uno stropicciare di carta annunciò l’amico:
«Sono qui, dove vuoi che sia… il cellulare non prende » rispose Gianni con la sua solita imperturbabilità. Doveva essere ancora vicino al bancone. Riccardo spostò la testa nel tentativo di mettere a fuoco l’immagine di un chiarore sperato quanto inesistente. Sentì invece un lieve spostamento d’aria accompagnato da un brusio sommesso, un rantolare interrotto che gli agghiacciò la pelle. Poi ancora silenzio. Se Gianni non avesse lasciato sulla sua scrivania il numero di telefono e l’indirizzo di Beba, memorizzato in fretta e male (la via suonava come Rakula, Bacula o qualcosa del genere) non si sarebbero perduti in un intrigo di vicoli scuri che esalavano un tanfo umido di gatti e di cantine. Erano arrivati, stanchi, in quella piazzetta disadorna, stretta tra palazzi dall’intonaco sgranato e occhiaie nere di finestre senza imposte. Si era fatto tardi. Un brontolio di temporale elettrificava la notte e su un lato della piazza due lampade fioche illuminavano la porta di una locanda, quasi una buca sotterranea, dove Gianni entrò senza indugio, assetato di birra. La donna dietro il banco si era mossa pachidermica, due occhietti cattivi affogati nel grasso delle guance, una mano sui grossi fianchi dove una piega dell’abito sembrava cedere esaurita. Riccardo la osservò prendere una bottiglia polverosa da un mobile con le guglie. Poi il donnone scacciò un grosso ragno dalla stampa stinta di un lugubre castello della Transilvania e gli versò un liquore di rubino in un bicchiere sbreccato che Riccardo non osò rifiutare e lo bevve, quel liquido denso, sotto il suo sguardo malevolo. Bruciava e sapeva di anice. Adesso, in quell’oscurità opprimente era certo che l’ostessa e quella vecchia con gli occhiali sul naso a becco avessero qualcosa da nascondere. L’immagine del Conte Dracula lo stava tormentando nel suo stereotipo più orrendo, quel ghigno che gli deformava la faccia esangue, quei canini aguzzi grondanti sangue. Rabbrividì. Lo sfrigolio di carta vetrata di un cerino brillò all’improvviso nella stanza mostrando il volto rilassato di Gianni e la sua mano che si muoveva per fare luce:<< Mica te la fai sotto dalla paura?>> Lo canzonò l’amico. In quel momento la pendola rintoccò metallica l’una e quarantacinque, facendo sobbalzare Riccardo. Un attimo dopo il cerino aspirò una fiammata più intensa, i contorni della taverna s’ingigantirono e Riccardo vide l’ombra vampiresca del Conte Dracula avventarsi sul collo di Gianni, Il cerino esalò e nel buio Riccardo sentì che un grido di terrore gli sgorgava dai polmoni, esplodeva nella stanza.
<<Sorpresa!>> La luce tornò irradiando ogni angolo della locanda e uno degli emo accartocciati sul bancone spostò la frangia per mostrare il sorriso beffardo di Beba, mentre la grassona rideva compiaciuta e Gianni apriva la porta a una band festaiola. Riccardo era ammutolito.
-Buon compleanno, fifone- gli sussurrò Beba

5) Finale di Attilio Macchi

All’una e quarantacinque l’occhio si era assuefatto al buio. Non è mai troppo buio, lampade a petrolio, brace di sigaretta, riflessi rischiarano appena. Il temporale era ancora in atto, dalle finestre entravano lampi e i riverberi delle pozzanghere.
Non è mai troppo buio, l’occhio si abitua rapidamente alla penombra e la scena comincia ad animarsi.
L’ambiente bar trasferito nei ricordi, anzi anche quelli erano spariti. Una nuova dimensione che non aveva correlazione nell’altra. Riccardo non poteva nemmeno confrontare l’attualità con l’attimo prima in cui aveva messo a punto tutti i particolari. Tutto scordato, nemmeno un minimo di reminiscenza restava. Anche il temporale, unico elemento che univa le scene con i suoi tipici prodotti, lampi, tuoni, rumore di fondo Era dentro la reminiscenza e non lo sapeva.
Fu allora che la messa a fuoco organizzata dall’ignoto dualismo cervello-pensiero vide.
Lo spazio era vuoto. Circondato da una barriera circolare ricca di ingressi. Al di là della barriera si intuiva esistesse il pieno. Riccardo decise di dare un nome all’oltrebarriera, trovò una parola sconosciuta sino ad allora, un neologismo che suonava bene: Vita.
La Vita non ha confini, occupa tutto lo spazio messo a disposizione. La Vita occupa il dualismo e si interessa degli spazi vuoti.
E’ buio e dalla porta di Sud-Est si intravede un’armata a cavallo. Si schiera in perfetta allineamento. Un cavallo bianco è montato da un giovane. La schiera urla il suo nome ripetutamente: Alessandro, Alessandro, Alessandro. Una piana verde, di fronte le mura di una città. Il cavallo bianco si impenna, la città verrà conquistata.
E’ buio e dalla porta Ovest ecco arrivare un’altra branco disordinato di cavalli, pezzati e montati da uomini nudi dipinti nel volto con ornamenti piumati. Urlano parole incomprensibili, suoni gutturali. Una piana verde, di fronte l’accampamento avversario. I cavalli partano al galoppo, l’accampamento verrà conquistato.
E’ buio e dalla porta Nord appare un esercito rumoroso trasportato da ferri cingolati scende verso la vecchia pseudo-civiltà. Sono invasati. Il loro capo assente. E’ solo una folle voce che dà ordini dal palazzo. Una voce che, nessuno ha mai capito come, è riuscita a coinvolgere milioni di persone a commettere crimini che non possono più essere cancellati. Una piana verde di fronte e territori immensi da conquistare. I cingoli raspano il terreno. La pseudo-civiltà verrà irrimediabilmente trasformata.
Dalla porta Sud una Donna cammina. Altissima, dalle forme perfette, è nera, di quel nero che brilla. Ha un passo nobile, deciso, austero. Sa benissimo dove si sta infilando, ma non accenna a retrocedere, tanto meno a fermarsi. Ha un messaggio da consegnare agli eserciti dei tempi. Passa la porta Sud e raggiunge lo spazio vuoto nello stesso attimo che il sole è allo zenit. Sente il fragore delle armate, stanno per usurpare lo spazio vuoto, sarà un massacro, il solito inutile scontro tra ideologismi inutili. Nel centro dello spazio vuoto, la Donna si toglie la sacca dalla schiena, ne estrae il contenuto nudo, lo prende fra le mani e lo innalza al cielo. Non piange, sorride, si sbraccia, scalpita….le armate…le armate…
Improvvisa tornò la luce, un lampo di ritorno forse.
Una nuova dimensione che non aveva correlazione nell’altra. Riccardo non poteva nemmeno confrontare l’attualità con l’attimo prima in cui aveva messo a punto tutti i particolari vedendo dentro l’evolversi dei tempi su sino al tempo che deve ancora arrivare. Tutto scordato, nemmeno un minimo di reminiscenza restava. Il temporale unico elemento che univa le scene se ne era andato. Dalla finestre la luna faceva occhiolino, le stelle brillavano.
Era la una e quarantasei
Al banco una splendida Donna dalla pelle scura ripeteva:
“cosa posso servirle signore? …cosa posso servirle signore?”
“Qualcosa di forte” rispose Riccardo e non sapeva perché.

6) Finale di Igino Angeletti

“… nel buio l’odore di vecchio e stantio raggiunse Riccardo come uno schiaffo improvviso … l’odore di case e di cose coperte dal tempo.
Leggero, un sibilo d’aria corse ad un palmo dal suolo. Gelido, strisciante, s’infilo` nei pantaloni fino all’inguine … e un brivido scosse la schiena sudata!
Già, soltanto adesso realizzo` che non aveva srotolato i pantaloni dopo aver legato la bici al lampione piu` vicino all’entrata del locale. Mai stato in questo posto, e neanche in questo quartiere. Il locale faceva schifo anche visto da fuori, figuriamoci cosa avrebbe trovato una volta all’interno, ma che gli era passato per la testa a Gianni d’incontrarsi proprio qui!
E infatti il locale non tradi le aspettative, oltre al forte odore di chiuso e di vecchio una nebbia pesante di fumo lo avvolse sfumando i cobntorni e rendendo l’ambiente irreale.
Quell’aria gelida, che s’insinuava su per la gamba, lo rese stranamente nervoso e teso. Comincio`a guardarsi freneticamente intorno in cerca del suo amico e si stupi` nel vedere Gianni con lo sguardo perso oltre il giornale che gli tremava accartocciato nella stretta innaturale della mano sinistra, tesa come a indicare un punto perso nel vuoto.
Gianni sembrava assente nella sua fissità, lo sguardo perso, la sigaretta, appesa fra le labbra come un francobollo penzolante, sussultava come nella bocca di un balbuziente stizzito che non riesce a fermarsi, facendo ondeggiare il filo di fumo che saliva scomposto.
Il whiskey, nel bicchiere parcheggiato nell’altra mano, ondeggiava riflettendo i giochi d’ambra sul volto bianco di Gianni, trasformandolo in una foto seppia d’altri tempi … in realtà tutto il suo corpo era scosso da tremiti, in una sorta di attacco epilettico composto, trattenuto da una forza appena percepibile.
Solo lo sguardo restava a fare da perno, unico punto fermo di un fantoccio in balia di non so quale burattinaio!
<<Ma cosa sta guardando? … sembra terrorizzato!>> Si chiese Riccardo.
Segui` la direzione dello sguardo e vide un tipo seduto in un angolo buio … quasi un ombra nell’ombra, un velo di niente nel nulla!
Solo gli occhi spiccavano nell’angolo simile a un antro, cumana presenza di fame vorace … gelide lame di luce, come fari su zanne rapaci … a succhiare, tirare, estirpare pensieri e sospiri.
… anche il filo di fumo ora sembrava rsucchiato dal buco nero abissale nell’ombra!
La faccia di Gianni ora sembrava più scarna e l’ombra, vampira di menti, sembrava più gonfia!
Sazia di idee, l’ombra si alza, con la mano a pulire la bocca dal pasto … Riccardo sussulta al tocco improvviso della mano sudata della grassona che gli passa un bicchiere: << O bevi qualcosa oppure ti scansi!>>.
Ha distolto lo sguardo un attimo appena … il vuoto e` più vuoto, nessun balenio di lame di sguardi … e di aguzzi denti!
Gianni e` accasciato sullo sgabello consunto, la testa poggiata sul banco, tra bicchieri svuotati e monete … che la donna raccoglie veloce.
Cosa c’era di vero, di reale in quello che ha visto stasera?
Mentre si sforza di portar fuori l’amico, in un lampo di luce riflessa gli par di vedere un ghigno feroce di sfida sul faccione della donna.
Inciampa sullo zerbino lurido della porta ed e` in strada: <<Porc… anche la pioggia a chiudere questa maledetta serata!!! … e la bici? … dov’è che l’avevo lasciata?>>”

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