Su Twitter una rete per lo scambio di materiale pedopornografico

pedopornografiaC’è una rete dentro la rete, su Twitter. Un network in chiaro composto da centinaia di account internazionali impegnati a scambiarsi materiale pedopornografico sul famoso social network, attivo da molti mesi e passato fino a oggi inosservato agli occhi di chi controlla il sito.

E’ quanto rivela l’Espresso in edicola venerdì e online su Espresso+. L’inchiesta del settimanale è partita – spiega una nota della stessa testata – dalla segnalazione di un lettore e ha permesso di ricostruire un’estesa rete di profili pedopornografici seguendo i contatti di un singolo account. Un circuito molto vasto su cui adesso è al lavoro la Polizia Postale e che lo stesso social network, in seguito alla denuncia del settimanale, sta provvedendo a smantellare.

Il modo di agire di questi account varia – spiega il settimanale – di caso in caso. Ci sono persone che condividono con frequenza foto e video con immagini molto esplicite e c’è chi invece preferisce retwittare gli altri o lasciare commenti, in genere in inglese, arabo o spagnolo. Gran parte dei profili e dei contenuti di questo giro inquietante sono del tutto visibili sia agli utenti sia ai motori di ricerca come Google, mentre solo una piccola parte dei criminali nasconde i suoi scatti e deve approvare personalmente i suoi “follower” prima che possano accedere a questi materiali.

La scarsa preoccupazione per la segretezza è dimostrata anche dall’uso di immagini esplicite nella foto profilo e nella copertina e non è raro imbattersi in veri e propri hashtag usati dalla comunità dei pedofili per segnalarsi l’un l’altro i contenuti per loro di valore. Tanti pedopornografi rimandano poi con un link dalla propria breve biografia ad altri luoghi virtuali in cui conoscersi meglio e, probabilmente, scambiarsi materiale illecito lontano da occhi indiscreti.

Ad andare per la maggiore per questo tipo di traffici sono i nuovi sistemi di messaggistica istantanea, come le app per smartphone Kik, Snapchat e perfino Whatsapp, considerate più sicure e meno rintracciabili dalle forze dell’ordine, spesso erroneamente.

Fonte ANSA

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