È possibile farsi pagare per i post che pubblichiamo su Facebook?

Facebook, Twitter o TripAdvisor pagheranno mai gli utenti per il lavoro che quotidianamente fanno e che permette alle aziende di fare profitto? È questa la domanda che si pone il quotidiano La Repubblica in un articolo pubblicato il 28 settembre dal titolo «E ora pagateci per i nostri post». L’ultima crociata contro i social. Non voglio essere l’ultimo romantico, ma secondo il problema non sono i soldi. Vi spiego perché!

Si stima che in tutto il mondo siano 400.000.000 gli utenti dei social network. Una massa enorme di gente in continuo movimento che produce materiale testuale, fotografico e video che quotidianamente viene pubblicato, condiviso e monetizzato dagli stessi social.

I commercialisti di Mark Zuckerberg quest’anno hanno notificato al gran capo di facebook un fatturato pubblicitario di ben 6.820.000.000 di euro; una cifra enorme che deriva dall’attività social tua e di tutti gli altri utenti. È per questo motivo che qualcuno dal fondo della classe ha osato alzare il dito e chiedere di vedere riconosciuto il proprio “lavoro ombra“, ma la questione non può essere ridotta a una semplice monetizzazione della nostra esperienza online. Andiamo per punti.

  1. È vero che i social guadagnano dai nostri contenuti. Il meccanismo è lo stesso che da sempre regola il mercato pubblicitario online: tanti utenti, tante visualizzazioni, tante inserzioni pubblicitarie. Un po’ come per i giornali, chi ha una maggiore tiratura può vendere gli spazi dedicati alle inserzioni a un prezzo maggiore.
  2. Sui social network le visualizzazioni aumentano grazie ai contenuti. Te lo dico subito: facebook non guadagna grazie alle foto delle tue vacanze! Guadagna però grazie a tantissimi profili che hanno un grosso seguito; un meccanismo che probabilmente non riusciamo neppure a immaginare. E allora il buon opinion leader, che scrive uno stato o pubblica un post del suo blog o una fotografia commentata, che viene ripreso da una serie di profili con un gran seguito, diventa un canale individuale che crea profitto al social perché qualcuno utilizzerà il social anche per leggere lui e dunque crescono utenti, visualizzazioni e soldi!
  3. Sindacati e pensatori mondiali dicono che questo lavoro dovrebbe essere monetizzato in qualche modo. Il buon opinion leader dovrebbe intascare qualche soldo; i social dovrebbero pagare in base alle visualizzazioni un po’ come fanno Youtube e WordPress. Domande: chi decide quanto vale un profilo? Quanto viene pagata una visualizzazione? E su Facebook e Twitter tutto ciò non rischierebbe di diventare una grossa farsa visto l’influenza che i social hanno sulla visibilità delle pubblicazioni dei singoli utenti? Lo sappiamo tutti che Facebook decide in che portata fare vedere i tuoi post!
  4. Il punto forse più interessante però è questo: ti sei mai soffermato a pensare che mettendo news su Facebook e Twitter o pubblicando recensioni su TripAdvisor condizioni il mercato del lavoro e rendi inutili profili professionali fino a un tempo esistenti? Pensaci! Loro con le tue news e recensioni fanno profitto, tu non ci guadagni nulla e alcuni lavoratori nella migliore delle ipotesi sono costretti ad accettare condizioni economiche poco dignitose. Mi vengono in mente i giornalisti, i social media manager, i copywriter, i fotografi, i videomaker. Tutte persono che riempiono le tue giornate con le storie che ti raccontano.

È per questa serie di motivi che credo che il punto non sia la monetizzazione dell’esperienza social. Credo che Facebook e Twitter dovrebbero pagare gli utenti più seguiti stabilendo rigide regole di adesione ai programmi adsense, ma allo stesso tempo credo che sia necessario ridiscutere tutto il sistema del mondo del lavoro online che è stato rivoluzionato negli ultimi anni dai social network.

È un ragionamento da vecchio sindacalista? Tu che ne dici?

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