Bossetti e la “prova televisiva”: quando il RIS è a favore di telecamera

È probabimente uno dei casi più emblematici di manipolazione dell’opinione pubblica avvenuto negli ultimi anni nel nostro Paese; ed è forse anche il segno che qualcosa nel “sistema italia” debba essere aggiustato perché il nostro è evidentemente un giocattolo che sta cadendo a pezzi. Oggi vi voglio raccontare di come i RIS di Parma abbiano dato in pasto a stampa e opinione pubblica un filmato che avrebbe dovuto inchiodare Massimo Bossetti (accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio) e di come i giornalisti siano diventati uno strumento di disinformazione di massa.

Cominciamo con i fatti: Massimo Bossetti il 16 giugno del 2014 viene arrestato mentre si trova al lavoro in un cantiere edile con l’accusa di essere l’assassino di Yara Gambirasio. Il processo è ancora in corso e la magistratura dovrà accertare l’innocenza o la colpevolezza dell’uomo.

Negli stessi giorni i RIS di Parma diffondono un video che diventerà il principale capo d’accusa mediatico contro il Bossetti. Il video è quello che potete vedere qui sotto:

Un video che, come spiega La Stampa di ieri in un pezzo dal titolo “Il video del furgone di Bossetti? L’abbiamo fatto per la stampa”, è suggestivo e altamente incriminante. Per 13 volte il furgone viene inquadrato e traccerebbe la mappa degli spostamenti dell’uomo nei pressi della palestra di Yara Gambirasio nel giorno della scomparsa della ragazza. O almeno così dicono gli inquirenti.

Quel video però non viene messo agli atti del processo contro Massimo Bossetti. Un fatto che sorprende sia i giornalisti, sia la difesa dell’accusato. Il motivo? A chiederlo è l’avvocato difensore di Bossetti, Claudio Salvagni; a rispondere è il commissario dei RIS di Parma, Giampietro Lago, che come riporta La Stampa dichiara: “C’erano forti pressioni mediatiche, esigenze di comunicazione, per questo è stato confezionato il filmato in accordo con la Procura“.

La reazione dei media è furrente. Si sentono strumentalizzati, usati per “fare pressione a favore della tesi dell’accusa propinando falsi all’opinione pubblica che non hanno valore processuale“. La posizione ci Cesare Giuzzi, presidente di Gruppo Cronisti Lombardo la potete trovare nel pezzo de La Stampa che sono vi ho linkato.

Questo è soltanto uno dei casi in cui i media vengono manipolati per condizionare l’opinione pubblica. La tecnica è semplice: per avvalorare la mia tesi trasformo un appiglio in una fortezza omettendo di raccontare alla stampa tutta la verità. In questo caso sarebbe stato fondamentale dire ai giornalisti che delle 13 riprese solo una è utile perché fornisce immagini abbastanza nitide a identificare marca, colore e modello del mezzo; tutte le altre forniscono un’indicazione statistica gradita, ma non puntuale. Non basta la statistica per condannare un uomo.

Di chi è la colpa di questa distorsione? Principalmente di tre soggetti:

  1. I RIS di Parma che hanno diffuso un video senza specificare tutte le informazioni necessarie per raccontare l’accaduto alla cittadinanza. Omettendo quel di cui abbiamo parlato sopra hanno fatto in modo che la stampa raccontasse una verità che condizionasse gli utenti.
  2. I giornalisti che non hanno approfondito la faccenda in modo puntuale. È vero che i RIS hanno fornito una lettura discutibile della situazione, ma è anche vero che i gionalisti avrebbero dovuto verificare e indagare sulla fonte loro fornita.
  3. I cittadini che non sono lettori, spettatori o utenti consapevoli e dunque non si pongono domande su ciò che gli viene raccontato, ma assumono le informazioni dando per scontato che quel che viene loro detto sia la verità.

La nostra è una società che probabilmente guarda un po’ troppo a favore di telecamera!

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