Cerchiobottista contro Libero: quel giornalismo non fatelo “In nome mio”

Alle 6.57 di ogni mattina squillava il telefono della diretta, a chiamare era il solito vecchietto, Andrea, che dopo aver fatto colazione voleva dirmi a tutti i costi che ero un “Cerchiobottista”. Quello, per me, era un grosso complimento e vi spiego perché!

In quel periodo lavoravo per un’emittente televisiva torinese. Tiravo su la serranda degli studi alle 6.30 e alle 7 iniziavamo, io e il mio amico Fausto, la diretta della rassegna stampa. Due blocchi dedicati alle notizie nazionali e internazionali; quattro blocchi dedicati ai giornali torinesi; due blocchi dedicati a una storia. È stato uno dei periodi più faticosi della mia carriera (sveglia alle 5 tutti i giorni), ma è stato anche uno dei più belli.

Uno degli aspetti più divertenti era appunto l’interazione con il pubblico. Chi avrebbe mai detto che alle 7 del mattino ci fosse già gente pronta a prendere in mano la cornetta del telefono per intervenire in diretta commentando i fatti della giornata. Eppure le persone chiamavano.

Una di queste era proprio Andrea! Lui aveva l’ossessione di Berlusconi (in quel periodo eravamo a cavallo tra l’ultimo Governo del cavaliere e l’unico di Mario Monti) e pretendeva che io gli andassi dietro. Per la serie “va bene tutto, ma Berlusconi no”; vi ricordate la scena del tassista in Andata+Ritorno? Eccola!

È evidente che io non potessi andargli dietro perché, nonostante le mie convinzioni personali, durante le ore di servizio io ero pagato per fare il giornalista; non per dire alle persone quella che io credevo fosse la verità.

La reazione di Andrea? Cominciò a chiamarmi “Cerchiobottista” perché secondo lui io davo un colpo al cerchio e un colpo alla botte. Non presi mai quel nomignolo come un insulto perché per me era un vero e proprio complimento.

Un giornalista deve raccontare i fatti e lo deve fare nel modo più onesto e neutrale possibile. Se gli spettatori non percepivano quelle che fossero le mie opinioni voleva dire che stavo svolgendo il mestiere in modo corretto. Io semplicemente non commentavo i fatti (per quello c’erano l’ospite in studio e i telespettatori), ma sollevavo dubbi e mi ponevo domande.

È per questo che sono rimasto disgustato ieri quando ho visto il titolo di Libero dedicato ai fatti di Parigi. Quello non è giornalismo; quella è propaganda. Alla pari di chi riporta la versione del Governo in modo acritico e senza aver fatto un’analisi dei pro e dei contro.

Io credo che il futuro del giornalismo, già in discussione a causa delle scelte degli editori e di alcuni politici (una scelta politica devastante per l’informazione è stato il passaggio a capocchia dal sistema televisivo analogico a quello digitale), sarà sempre più opaco se non si farà una sana distinzione tra chi informa i cittadini e chi pubblica esclusivamente l’opinione del partito di riferimento.

Io chiedo che l’Ordine dei Giornalisti prenda chiaramente una posizione perché la libertà di informazione ha dei vincoli che sono ben tracciati dalle norme deontologiche che i giornalisti devono seguire.

Quando le persone parlano dei giornalisti lo fanno con disgusto; quando si rendono conto che tu non fai quel tipo di informazione fanno distinguo. Io però faccio parte dello stesso ordine professionale di chi utilizza il giornalismo in modo “criminale”. Chiedo all’Ordine dei Giornalisti di prendere una posizione in modo da permettere a tutti quanti di capire chi è nel giusto e chi nel torto in base alle norme che tanto ci fanno studiare per accedere all’albo professionale e che ci ripetono durante le ore dei corsi formativi che siamo obbligati a seguire.

Se volete distruggere il giornalismo non fatelo “In nome mio”!

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