Istanbul, dopo l’attentato un’ora di tennis per battere la paura

Scrivere di Istanbul non è mai semplice. Farlo in questo momento forse è un azzardo. Forse è solo un modo di esorcizzare quei fantasmi che accompagnano i milioni di abitanti di questa megalopoli.

La bomba di ieri ci ha scioccato – come è ovvio – ma non ci ha colto impreparati. C’è una strategia precisa dietro questi attentati, ed è quella di rendere insicuri i pochi paesi musulmani del Medio Oriente e del Nord Africa ancora “visitabili”. Dal Bardo di Tunisi, all’Egitto, ai cieli del Sinai, fino a Istanbul.
In molti se lo aspettavano, e con tutta probabilità non finirà qui. Più l’ISIS si sente in difficoltà in Siria e Iraq, più si intensificano gli attacchi in Europa e nei paesi musulmani “moderati”. Oggi il New York Times scrive che siamo di fronte a una “situazione paradossale, in cui sembra che l’ISIS infligga le peggiori sofferenze mentre affronta le prime vere battute d’arresto”.
In realtà mi pare una situazione in qualche modo simile alla Germania nazista, che proprio dal 1942 in poi, quando si trovò in grande difficoltà soprattutto sul fronte orientale, intensificò prepotentemente la strategia di sterminio verso ebrei, Rom, Sinti, oppositori politici ecc. Per brutalità, estremismo e livello di indottrinamento, l’ISIS e i suoi adepti ricordano sinistramente – come hanno già scritto Umberto Eco e altri – Hitler e la follia nazista.
Lascerei però queste analisi a chi le sa fare molto meglio di me. In realtà mi preme registrare la reazione della città – o almeno di quella minima parte che frequento – a questo tragico evento. Mi pare che manchi, quasi o del tutto, questo tipo di analisi dai media italiani e stranieri. Cosa che per i fatti di Parigi è stata fatta in maniera molto approfondita e forse persino esagerata.

Sicuramente è la prima volta che si è voluto attaccare direttamente i turisti in Turchia, o meglio, il turismo come settore economico. Se questo sia dipeso dalla (apparentemente) mutata strategia turca contro l’ISIS non sta a me dirlo. Quel che sembra più probabile è che la bomba di ieri non sia in connessione con la situazione politica interna, come era invece evidente nella tragica esplosione di Ankara in cui morirono più di 100 persone. Pare che gli attentatori di Ankara fossero legati all’ISIS, ma sinceramente non credo molto al Governo Turco. Purtroppo, come in Italia negli anni di piombo, certe cose non si sapranno mai fino in fondo.
Quello che invece, come dicevo sopra, mi ha colpito è stata la reazione della città.
Istanbul è un città immensa (15, forse 20 milioni di abitanti), e quel che succede in un quartiere, per quanto grave, difficilmente ha un impatto diretto nelle altre zone. Così ieri, dopo lo shock iniziale della notizia, io, mia moglie e i nostri amici/colleghi abbiamo continuato a svolgere le nostre attività. Ovviamente non come se nulla fosse accaduto, ma senza farci paralizzare da un evento su cui in ogni caso non avremmo potuto intervenire. La zona dell’esplosione è stata subito transennata e affollata da polizia e ambulanze. Noi viviamo e lavoriamo in un altro quartiere (Taksim- Beyoglu, per chi conosce Istanbul), a circa quattro chilometri da Sultanahmet.
Per quanto ho potuto vedere uscendo di casa, percorrendo la principale arteria pedonale (Istiklal Caddesi), lavorando nel nostro studio e camminando per buona parte di Beyoglu, non ho notato nessuna apparente differenza con qualsiasi altra giornata a Istanbul.
Questo forse risulterà abbastanza sorprendente per molti stranieri. Ma è esattamente quello che cerco di spiegare ai molti amici e conoscenti in procinto di visitare la città. Ormai non esiste una città sicura. Tutto può accadere ovunque, e non ci sono difese. Ma a Istanbul io, per quanto possa sembrare folle, mi sento più sicuro che a Londra, Parigi o New York. Probabilmente perché ci vivo, ma forse anche perché ogni evento, seppur tragico, ha un impatto che viene attutito dalla incredibile moltitudine di vite, storie e stratificazioni di questa città.
La bomba di ieri cambierà sicuramente molte cose. Il turismo ne soffrirà enormemente (e qui il mio pensiero va agli amici che lavorano nel turismo, in particolare a Scoprire Istanbul – fantastica esperienza di turismo intelligente in città). Ma io non sconsiglio assolutamente di venire a Istanbul. A nessuno. Altrimenti dovrei fare lo stesso per ogni luogo “sensibile” nel mondo (e l’elenco sarebbe veramente troppo lungo). Anzi, mi sento proprio di rilanciare, e dico “venite a Istanbul”. Perchè il loro obiettivo è di farci vivere nella paura. Ed è proprio affrontando questo demone che possiamo vincere la guerra psicologica che ci vogliono imporre.

Ieri sera avevo in programma una partita di tennis vicino a piazza Taksim. So che dall’Italia sembrerà forse strano, ma nè a me nè al mio amico austriaco è venuto in mente, nemmeno per un secondo di annullare la prenotazione. Abbiamo fatto la nostra partita (dove ho subito una sonora sconfitta) e abbiamo cercato di vivere la nostra ora di sport nella maniera più libera e spontanea possibile.
Sarò un folle, ma credo che questo sia uno degli atteggiamenti più efficaci contro un nemico perlopiù invisibile in una guerra altamente asimettrica.
Istanbul è una città con mille problemi, ma la sua gente ha una capacità straordinaria di reagire alle difficoltà e alle situazioni di crisi. L’avevo letto, l’avevo sentito dire da mia moglie e da tanti amici turchi.
L’ho vissuto in questi due anni e l’ho provato sulla mia pelle ieri.

Giorgio Caione

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