Facebook, Telegram, cellulari e pizzini: così comunicano i terroristi

Come comunicano i terroristi islamici? Come riescono le teste che si trovano al di fuori dell’Europa a dirigere le operazioni dei nuclei spontanei che nascono all’interno dei confini europei? La loro è una comunicazione che viaggia sui binari dell’innovazione, ma anche su quelli più antichi del passamano. A spiegarlo un documentario mandato in onda da SkyTG24

Ve ne parlo oggi perché ieri sera ho visto l’inchiesta “I soldati di Allah” del giornalista francese Saïd Ramzi, prodotta da Takia Prod in collaborazione con Canal+.

Il giornalista francese per sei mesi si è infiltrato all’interno di una cellula di aspiranti terroristi di fede musulmana nata in Francia. Ovviamente ha filmato gli incontri, le discussioni e le loro riunioni, ma ha conservato anche tutti i messaggi che si sono scambiati via chat. Mi ha colpito la facilità con la quale comunicano!

Eviterò di addentrarmi nel territorio del disagio sociale dal quale le organizzazioni terroristiche pescano per formare i propri nuclei di martiri sul territorio europeo. Nel caso del gruppo terroristico che ha studiato Saïd Ramzi si tratta di ragazzi deboli dal punto di vista mentale e senza una prospettiva futura, persone che andrebbero aiutate prima che la follia si impadronisca delle loro teste.

Facebook, Telegram, telefoni cellulari e pizzini: così comunicano i terroristi. Partiamo da un presupposto, quel che ci racconta il giornalista francese è quel che ha visto lui e non possiamo sapere se il modello che ne deriva è valido per la maggior parte dei casi.

Il suo nucleo nasce su Facebook, è lì che il leader della cellula individua e intercetta i suoi complici, ovvero coloro che lo dovranno aiutare a mettere in atto il suo piano terroristico. Le loro comunicazioni viaggeranno su diversi binari: lo stesso Facebook, ma soprattutto Telegram.

Nella prima fase, quella in cui si forma e si radicalizza il gruppo terroristico, Telegram ha un ruolo fondamentale. Mi ha colpito la libertà con la quale parlano gli aspiranti martiri. È su Telegram che vengono indottrinati attraverso materiale di propaganda e reperiscono informazioni per acquistare armi o imparare la strategia.

Poi, quando la situazioni diventa seria, i social perdono valore e i binari della comunicazione cominciano a viaggiare su un territorio reale, tangibile. Acquistano cellulari nuovi con schede da attivare sfruttando identità reali, ma prese su internet; così organizzano appuntamenti e riunioni in luoghi riservati.

Infine l’ultimo passaggio, quello più delicato, la consegna delle istruzioni per l’attentato, luogo e modalità, che, come faceva Bernardo Provenzano, avviene con il passaggio di pizzini e lettere in luoghi pubblici. 

Questa è l’esperienza di Saïd Ramzi, giornalista francese infiltrato per sei mesi all’interno di una cellula terroristica in Francia. Colpisce la facilità con la quale riescono a comunicare gli aspiranti martiri.

La cellula terroristica in questione è stata smantellata dalla polizia francese e i componenti sono finiti in galera. Il proprietario di Telegram, Pavel Durov, sollecitato a rispondere sul fatto che la sua app risulta essere un luogo sicuro per queste realtà, ha difeso il suo progetto ribadendo che per difendere la privacy e la libertà di ogni singolo individuo può valere la pena correre il pericolo.

Voi cosa ne pensate?

È importante che tu condivida questo articolo e qui ti spiego il motivo!

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