Un racconto di Fantascemenza: No pasaran

La scorsa settimana sulla mia pagina facebook Onda d’Urso ho lanciato un piccolo gioco che nasceva dall’esigenza di rimettere in funzione le mie rotelle della creatività, quelle dell’ironia e quelle del divertimento. Consisteva in questo: i follower della pagina avrebbero dovuto indicare 1 personaggio, 1 luogo e 1 oggetto. Di tutte le proposte una sola sarebbe stata estratta e sarebbe diventata un racconto breve di Fantascemenza.

L’estrazione l’ho fatta mercoledì scorso e ho dovuto scrivere un racconto utilizzando questi tre elementi: un professore di lettere, una libreria e chicchi di caffè. Mi sono divertito talmente tanto a scrivere il racconto che pubblico di seguito che ho deciso che replicherò l’esperimento anche questa settimana. Chi volesse partecipare metta “mi piace” su Onda d’Urso e giochi con me a partire da domani. Comunque, bando alle ciance e buona lettura. 

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”No pasaran”

«Professore è una questione di onestà intellettuale, lei non può dare un giudizio sull’opera letteraria di Fabio Volo fino a quando non avrà letto un suo libro per intero. Almeno uno professore» – Gianni Incerti, studente promettentissimo della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Torino e con una innata dote per la polemica, era in piedi, davanti alla cattedra del professor Perfetti, che perorava in modo encomiabile la propria causa.
Pochi istanti prima l’anziano docente aveva consigliato al ragazzo di prendere i libri che aveva poggiato sulla scrivania e di tornarsene a casa. Quel grigio signore non aveva assunto con troppo entusiasmo il suo recente incarico come titolare della cattedra del nuovissimo corso in “Analisi 1 della letteratura recente e modernissima”. Si diceva convinto che in qualche modo il maledettissimo rettore lo avesse voluto parcheggiare nel posto più scomodo di tutto il complesso. Lui era senza ombra di dubbio l’auto più lussuosa di tutto l’ateneo, loro, quei ragazzotti pronti a disquisire delle capacità narrative dei contemporanei pennivendoli, erano i pilastri in cemento contro i quali rischiava di rifarsi la fiancata.
«E no mio caro Incerti, questo proprio non lo posso permettere. Io, a differenza sua, nella mia vita ho letto il meglio del meglio che potesse esserci in circolazione. Lei sa che io ho anche avuto l’onore di tenere una lezione congiunta con il mai tanto compianto Gabriel Garcia Marquez? Lo sa questo?» – il ragazzo aprì leggermente la bocca come a rispondere, quando il docente alzò la mano facendogli segno di stare muto e, dopo aver preso in mano una penna, gli domandò quasi impercettibilmente – «Sono sinceramente curioso, mi dica: per quale motivo ha deciso di sostenere questo esame?».
Il ragazzo apparve imbarazzato da quella domanda. Cominciò a stropicciarsi le mani. I suoi occhi spaziavano dal pavimento, all’increspatura sul muro che lo fissava da quando era iniziato quel maledettissimo esame. «Se ne vada Incerti e torni la prossima sessione» – tuonò il docente e in quel preciso istante qualcuno da qualche parte dell’Universo evidentemente aveva suonato la carica degli studenti “pressati”. Il ragazzo sollevò la testa e con tono deciso, secco e senza troppi giri di parole disse: «Io professore me ne vado e probabilmente i suoi maledettissimi due crediti non li avrò mai, ma la sua fama non è affatto meritata. Altro che intellettuale…».
Il professor Perfetti incassò quell’accusa come una discussione accesa viene risolta con un calcio sui testicoli. Non si è mai abbastanza pronti. Si gonfiò in viso e divenne paonazzo, ma non riuscì a dire nulla fino a quando quel giovinotto non fu uscito dall’aula. Un ragazzino al primo anno di Università aveva osato tanto, aveva messo in discussione davanti a tutta quella gente le sue capacità umane e professionali. “No pasaran”.

«Mio caro Perfetti diciamocelo in tutta onestà, quel che le ha detto quel ragazzino oggi in aula non è poi così sbagliato» – a sbucare dal nulla avvolto dal suo forte accento napoletano era stato l’acerrimo nemico dell’anziano docente, il professor Superficialis. Giovane, bello, abbronzato e con l’orologio sopra il polsino della camicia stava fissando Perfetti e mentre si gustava la vista del vecchio che stava incassando il colpo si preparava alla perculata finale: «Dopo una carriera passata tra i grandi della letteratura dovrebbe essere onorato di poter confrontarsi con la narrativa dei nostri giorni, lei non sa in quanti ambiranno a quei due crediti. Dopo una vita passata a esaminare quattro studenti a sessione finalmente ci sarà la fila davanti alla porta della sua aula la mattina degli esami» – Superficialis non riuscì a trattenere la risata quando vide il professor diventare in men che non si dica color peperoncino.
Perfetti sbatté la tazzina del caffè sul bancone versandone un po’ sul piattino; il barista, che fino a quel momento aveva dato loro le spalle, si voltò di scatto; un cagnolino imprigionato dentro la borsetta da passeggio della sua padrona cominciò ad abbaiare; Seperficialis tirò fuori il portafogli dal taschino e lasciò due euro sul marmo, «Pago anche per il signore», e se ne andò.
Aria. Perfetti aveva bisogno di aria fresca e a Torino in quel periodo l’aria fresca non mancava. Uscì dal bar e cominciò a camminare per via Verdi in direzione piazza Castello. Borbottava come se fosse una caffettiera; sventagliava la borsa come se dovesse scacciare uno sciame di vespe; puntava chiunque gli venisse incontro come un toro pronto a incornare il matador. Aveva il sangue agli occhi. Come avevano potuto quel ragazzetto prima e quel fighetto dopo metterlo in discussione? Lui, che era un pilastro del mondo accademico italiano, internazionale e mondiale? “No pasaran”.

Tra sedute d’esame, discussioni con studenti dal destino certamente finito e imprecazioni perfide contro sedicenti colleghi, si era comunque fatta una certa ora e il professor Perfetti, essendo fatto di carne e ossa come tutti, aveva un certo languorino che spingeva dentro lo stomaco a formare crampi di vera e propria fame. Potendo farlo avrebbe volentieri sbranato un torinese a caso e anche a casa, ma non potendo farlo fu costretto a entrare nel primo supermercato che si trovò davanti.
Cominciò a girare tra le corsie in cerca di qualcosa di stuzzicante e veloce da mettere in tavola quando improvvisamente avvertì un leggero prurito alla mano destra. La solita e fastidiosa allergia. Era sempre la stessa storia. Ogni volta che entrava in un supermercato cominciava a grattarsi prima la mano destra, poi quella sinistra e infine diventava tutto rosso. Sbuffò.
Chissà dov’era questa volta il reparto dei bestseller. Ormai erano ovunque, anche solo in uno scaffale piccolo piccolo ma c’erano sempre e la sua allergia negli ultimi anni era diventata ancora più acuta. Non poteva fermarsi nelle stazioni di servizio, nelle edicole, nei minimarket. Tutti vendevano quei maledettissimi libri e lui ne soffriva fisicamente.
Guarda a destra, guarda a sinistra e niente. Provò a cambiare corsia, ma ancora nulla. Non li trovava proprio. Questa volta almeno avevano avuto il pudore di nasconderli per bene, ma lui li sentiva comunque e il prurito stava diventando ancora più forte. Si tolse il cappotto per evitare di inzuppare di sudore la camicia, poi prese dalla borsa un fascicolo di fotocopie e cominciò a farsi aria quando la sua attenzione venne attirata da una piccola teca chiusa con un lucchetto che conteneva dei romanzi.
Non gli importava se avvicinandosi la sua situazione clinica fosse potuta peggiorare, lui, luminare della letteratura doveva sapere. La sua sete di conoscenza non si placava davanti al pericolo di morire di prurito.
Passo dopo passo, quatto quatto e sospettoso si ritrovò davanti a una pila di libri tutti uguali. Sulla copertina la stessa immagine: sullo sfondo un cielo azzurro e le montagne, ai bordi delle distese di erba verde e in mezzo la carreggiata di una strada; al centro nome, cognome, titolo e la scritta “ROMANZO”. Era l’ultimo libro di Fabio Volo.
Lentamente sentiva la carogna appollaiarsi sulla spalla sinistra. Gli venne in mente la faccia brufolosa di quell’Incerti e poi l’abbronzatura di Superficialis. Sentiva il cuore aumentare il numero dei battiti e il prurito crescere, crescere e ancora crescere. “No pasaran”.

«Mi scusi?» – urlò istericamente Perfetti contro il commesso del negozio. Il ragazzo, che stava ordinado sugli scaffali le latte dei pelati, gli fece cenno con un’alzata di sopracciglia di dirgli pure. «Mi potrebbe dire per quale motivo questi libri sono chiusi a chiave?».
«Lei non immagina come vanno a ruba, ma non nel senso che li comprano. Nel senso che li rubano» – rispose il commesso e Perfetti rimase sempre più sbigottito. Possibile che il Paese stesse cadendo così in basso? Possibile che la gente fosse così becera addirittura da rubare cotanta pochezza? Intanto il ragazzo si era avvicinato al professore e con tono confidenziale aveva cominciato a raccontare: «Sono stupito quanto lei. Non riesco proprio a comprendere come possa piacere una scrittura di questo tipo e non comprendo come le persone possano rimanere soddisfatte da narrazioni tanto banali. È vero che siamo nella stagione del futile e che le persone hanno bisogno di leggerezza, ma, che ne so, anche un Kafka è in grado di concedere attimi di leggerezza seppur in contesti ampi in cui la critica e la satira sociale non rinunciano al proprio ruolo». Il ragazzo colto lo stupore negli occhi del docente tese la mano, si presentò, «Luigi Precario, laureato per soddisfazione dei genitori, scaffalista per campare» e si allontanò. “No pasaran”.

Perfetti non fece in tempo a rispondere all’osservazione del commesso-dottorato, ma anche se avesse avuto prontezza e minuti a sufficienza si rese conto che molto probabilmente non avrebbe saputo cosa dire. Forse aveva ragione quel saputello di Incerti, lui non aveva mai letto un dannato libro di Fabio Volo e non aveva in mano gli strumenti necessari per fare una critica credibile della sua “opera”. Intavolare una discussione con il giovanotto dei pelati in quella condizione avrebbe voluto dire annuire, gesticolare con misura, rispondere in modo neutro e fingere di conoscere la materia. Era come se in quel momento la sua “onestà intellettuale” si fosse incarnata al suo fianco e stesse tamburellando con le dita contro la sua schiena, facendogli notare che «no, così non va proprio bene».
«Mio caro professore» – diceva quella fastidiosa vocina che aveva occupato la sua testa – «il nemico va conosciuto e lei non lo conosce. Il suo è solo un dannato pregiudizio». Ci mancavano solo le voci adesso. Perfetti non ne poteva più di quella giornata, ma intanto aveva smesso di grattarsi e per qualche minuto rimase in silenzio a meditare sulla faccenda. Era assorto dai pensieri quando la sua attenzione fu colta da alcuni chicchi di caffè depositati sul pavimento a pochi centimetri dalla teca.
Cosa ci fa un chicco di caffè sotto la teca dei libri di Fabio Volo?”, si chiese Perfetti mentre si abbassava per prenderne in mano uno, ma proprio in quel momento ne trovò degli altri alcuni centimetri un poco più a destra. “Che cosa bizzarra? Probabilmente una pulita ogni tanto in questo posto non farebbe affatto male”, e mentre valutava la possibilità di presentare una bella lamentela una volta arrivato alla cassa vide a quattro passi di distanza una bustina dello stesso zucchero che ti danno al bar quando prendi il caffè. “O santa polenta che cosa strana. Non solo ci sono i chicchi di caffè, ma anche lo zucchero.. qui gatta ci cova..”.
La curiosità stava cominciando a divorare la mente di Perfetti, quello che si stava delineando era proprio un bel giallo. Si immaginava chinato sul pavimento con in mano la lente di ingrandimento a esaminare tracce, elementi d’indagine e macchie sospette quando un ulteriore dettaglio, assolutamente rivelatore, lo mise in guardia. A due metri circa dalla bustina di zucchero compariva e scompariva a intervalli regolari una scopa di saggina che raccoglieva alcune briciole di brioches. La bizzarria era che la scopa sembrava farsi spazio da dentro lo scaffale del supermercato, come se un omino nascosto la buttasse fuori e poi dentro e poi fuori e poi dentro. Non aveva senso quel che stava succedendo. Perfetti allora si avvicinò e diede un calcio alla scopa che bruscamente fu scagliata qualche metro più in là sbattendo evidentemente contro un muro che nessuno poteva vedere. Sì perché lui, se interrogato, sarebbe stato in grado di giurare di aver sentito in modo inequivocabile lo stesso suono che fa il legno quando sbatte contro un muro. Solo che il muro non c’era e neppure la scopa.
Qualche giorno dopo Perfetti avrebbe raccontato ai suoi amici più fidati e cari, quelli che secondo lui non lo avrebbero preso per pazzo, che dallo stesso punto in cui aveva visto la scopa pochi istanti dopo era apparsa anche una mano. Prima solo la punta delle dita, poi l’intero dorso e infine anche un pezzo di braccio. Qualcuno stava cercando la scopa di saggina.
E no. Che diamine di scherzo era quello? Stavano cercando di burlarsi di lui? Del grande professore in Lettere, l’esimio dottor Perfetti? Non avrebbe permesso loro di riuscire nella misera impresa di sbeffeggiarlo pubblicamente. Li avrebbe scovati, stanati e puniti. “No pasaran”.

Perfetti non ci pensò un attimo e si chinò, quasi a stendersi sul pavimento, e afferrò con forza la mano che sbucava da dentro lo scaffale: «Esca fuori maledetto. Ora chiamo il commesso e vedrà che le faremo passare la voglia di scherzare!». Il professore tenendo stretta al petto la mano che aveva afferrato cominciò a guardarsi attorno, ma fu in quel momento che si accorse come il supermercato apparisse come deserto e improvvisamente fuori dal mondo.
Del commesso non c’era più nessuna traccia e non vedeva neppure nessun altro cliente attorno a sé. Inoltre non sentiva neppure un suono familiare, era come se fosse stato catapultato dentro un batuffolo di cotone. “Che cosa bizzarra” ebbe il tempo di pensare, ma quello fu l’ultimo pensiero che poté fare prima di sentirsi tirare dall’altra parte, dentro lo scaffale.

Quando il professor Perfetti riprese conoscenza era seduto su una poltrona di finta pelle e al suo fianco c’era un vecchio barista stanco e annoiato che gli sventolava una copia del quotidiano, edizione del mattino. «Oh, finalmente si è svegliato. Non ne potevo più di farle aria. La prossima volta che decide di svenire mi faccia la cortesia di farlo fuori da questo locale. Intesi?» – stava dicendo quel vecchio scorbutico.
«No, guardi che si sta sbagliando. Io fino a pochi istanti fa ero al supermercato che stavo facendo la spesa, quando ho visto una scopa di saggina sbucare da uno scaffale e l’ho scalciata» – rispose Perfetti.
«Ah, allora è lei la carogna che mi ha spaccato la scopa. Sa che ora me la ripaga, vero?» – rispose il barista vistosamente infastidito – «E io che l’ho pure sventagliato». Intanto era andato al bancone a prendere un bicchiere di acqua che Perfetti bevve tutto d’un sorso senza respirare.
«Ma mi dica dove sono» – chiese l’anziano professore con un tono meno conflittuale.
«Ma veramente?» – rispose stupito il barista che probabilmente non aveva ancora preso troppo sul serio il disorientamento del professore.
«La prego, non sto scherzando».
«Si trova in un rab di aiv Idrev a Onirot» – disse lo scorbutico come se fosse la cosa più normale del mondo.
«Come?» – tentennò Perfetti come dopo aver preso un diretto dritto in faccia.
«Le ho detto che si trova nel mio rab, “Èffac Ittefrep”, di aiv Idrev a Onirot» – ripeté il barista vistosamente seccato.
Perfetti non ci stava più capendo un fico secco. Questo parlava strano, che fosse un arabo? No, improbabile. Quello era un linguaggio differente che a tratti comprendeva pure. Bah. Il professore si alzò dalla poltrona, si avvicinò all’uscita del bar e mise la testa fuori per guardare la strada. Quella senza ombra di dubbio era via Verdi ed era nello stesso identico punto e nello stesso identico palazzo dove fino a una manciata di minuti prima c’era il supermercato. Era entrato dentro un supermercato e adesso stava uscendo da un bar. Non era possibile. Tornò subito dentro.

Il barista intanto aveva ripreso la sua solita attività, era dietro il bancone che serviva un paio di clienti che avevano assistito all’intera scena. Uno fece anche uno sguardo di intesa a Perfetti come a dirgli “tranquillo amico, ti capisco, ci siamo passati tutti”. Ma intesa di che?
«Un èffac grazie» – disse una donna che era alle spalle di Perfetti. «Subito» – rispose il barista e Perfetti si spostò a destra di un paio di passi per fare spazio alla donna e per capire che diavoleria avesse chiesto. Da dietro il bancone la donna ricevette una tazzina di caffè che bevve con calma e che pagò prima di andare via.
Stessa scena qualche secondo dopo. Un uomo entra nel bar, si avvicina al bancone e chiede «Un èffac grazie». Anche in questo caso il barista si volta verso la macchinetta del caffè, ne prepara uno e lo porge al tizio che lo beve, paga e se ne va. «Mi scusi» – domandò Perfetti con molta calma al barista – «Come lo ha chiamato questo?».
«E come lo devo chiamare, con il suo nome. Questo è un èffac. Ma non è che lei ha perso qualche rotella?». Perfetti sentì cedere le gambe e si andò a sedere nuovamente sulla poltrona. La realtà che aveva sempre conosciuto da quando aveva afferrato quella mano non era più la stessa, sembrava ribaltata. “Stai calmo”, disse una vocina che era dentro la sua testa, “respira profondo, non ci pensare e vedrai che ti sveglierai da questo strano incubo”.
Perfetti chiuse gli occhi, fece un respiro profondo e cercò di riprendere il controllo di se stesso. Quando riaprì gli occhi si guardò intorno come a cercare qualcosa di familiare. Nulla, tutto era diverso dal mondo che lui conosceva e dominava. L’unica cosa che riuscì a intercettare fu una vecchia libreria, di quelle in legno con in tutto solamente sei scaffali. Si alzò e lentamente si avvicinò curioso di vedere che libri fossero conservati. Le copertine le conosceva, ma i nomi degli autori e i titoli dei libri erano incomprensibili. Di chiedere al barista non se ne parlava neppure, quella era un’opzione che Perfetti avrebbe voluto scartare a prescindere, ma non poté farlo quando si trovò davanti a quella insolita sorpresa.

Il professore, assalito da una febbre di curiosità cominciò a scandagliare ogni angolo del bar. Studiò le scritte sui muri, sfogliò libri e giornali, guardò la televisione prestando attenzione a qualsiasi dettaglio e ascoltò le conversazioni dei clienti che si lamentavano dell’«Ocadnis che stava tradendo la fiducia degli isenirot».
Era tutto folle e strano, ma in un angolo del bar, in un solo angolino, un piccolo contatto con la sua realtà c’era. L’unica cosa, tra le mille bizzarrie che aveva visto, che era certo fosse uguale sia al supermercato, sia in quel dannato bar. L’occhio appena aveva intercettato quel dorso lo aveva riconosciuto immediatamente. Perfetti si catapultò e si gettò a terra, allo stesso modo di qualche minuto prima quando al supermercato aveva afferrato la mano che sbucava dallo scaffale. Piegò la testa di qualche grado e lesse: QUANDO TUTTO INIZIA – FABIO VOLO – ROMANZO. Era l’unico libro scritto in italiano e non in quella lingua strana ed era l’unico libro che non era nella libreria, ma a fare da spessore a un tavolo con una gamba troppo corta.
Perfetti ebbe un moto di gioia. Allora non era impazzito. «Mi scusi, mi scusi» – cominciò a urlare al barista – «Mi può dire dove ha preso questo libro?».
L’altro, che era sempre più convinto di trovarsi davanti a un pazzo e che aveva deciso di chiamare i ireinibarac, lo assecondò e gli rispose – «Ne trova quanti ne vuole. Qualcuno me ne lascia a chili proprio in quel punto, dove lei mi ha spaccato la scopa» – e indicò un punto sul muro – «Io li uso per fare spessore.. sa, ne ho letto uno e devo dirle che questo libro fa proprio cagare..».

Sul volto di Perfetti nacque un piccolo sorriso. Ringraziò il barista e appena questi si voltò si lanciò contro la parete proprio nel punto indicato pochi secondi prima. In un amen il vecchio professore si ritrovò dentro il supermercato steso a terra e con una latta di pelati in testa. Era di nuovo a casa.
Il commesso-dottorato arrivò in un nano-secondo e si gettò su di lui per soccorrerlo, ma Perfetti sorridendo gli disse di stare tranquillo che non era capitato nulla. Il ragazzo si voltò e fece per andarsene quando l’anziano professore lo richiamò indietro: «Giovanotto la prego, potrebbe prendermi una copia di quel libro? Sa, in un mondo normale questo sarebbe solo uno spessore per tavoli con le gambe troppo corte, ma qui va tutto alla rovescia e se in tanti lo leggono anche a noi, palati sopraffini, ci tocca farlo..». “No pasaran”.

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