Per amore di Rosetta – di Gioele Urso

Seconda puntata del gioco del gioco de “I 3 elementi” legato alla mia pagina facebook Onda d’Urso. In cosa consiste? I follower della pagina indicano 3 elementi: 1 personaggio, 1 luogo e 1 oggetto. Di tutte le proposte una sola viene estratta e diventa un racconto breve, questa settimana del genere Romantidiota.

Questa settimana ha vinto Nicola Gallo che ha indicato come elementi: un sardo, una motoslitta e la Valle d’Aosta. Chi volesse partecipare metta “mi piace” su Onda d’Urso e giochi con me a partire da domani per la nuova estrazione. Comunque, bando alle ciance e buona lettura. 

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Per amore di Rosetta – di Gioele Urso

Se solo non avesse guardato quella stramaledettissima diretta su Facebook Gianni adesso non si sarebbe trovato in quel grosso pasticcio dal quale non sapeva proprio come uscire.

Tutto era cominciato dodici ore prima circa, la mattina del primo giorno di gennaio del nuovo anno. Gianni la sera prima aveva terminato il proprio servizio a un orario troppo tardo rispetto alle sue abitudini e non ci aveva pensato su nemmeno un minuto prima di farlo notare al proprio titolare: «Non voglio sembrare impertinente e non voglio passare neppure per uno di quelli che si scansa quando vede il lavoro arrivare, ma, sono costretto a farglielo notare, questa sera il servizio è durato più del dovuto. Nei prossimi giorni sarò assolutamente costretto a recuperare. Intesi?». Il proprietario del bistrot più importante di Torino vistosamente sorpreso da quella sortita prese dal taschino la cipolla e guardò che ora si fosse fatta. Quel sardo che aveva assunto solamente pochi mesi prima era senza ombra di dubbio il cuoco più bravo di tutto il Paese, ma era anche quello con il carattere peggiore. Il vecchio gestore, rassegnato già in partenza, inarcò le sopracciglia e abbozzò una timida protesta: «Ma chef, è la notte di Capodanno e siamo nel nuovo anno da solamente un quarto d’ora, non mi sembra…».
«La prego non mi metta in imbarazzo…» – lo interruppe il cuoco che, vistosamente irritato, si voltò prese la sua sacca e se ne andò via dal ristorante. Il vecchio si lasciò cadere sul ricevitore di cassa e cercò un’intesa di solidarietà con il responsabile di sala quando, neppure dieci secondi dopo la sua uscita, il cuoco rientrò e puntandogli il dito contro disse: «E domani non mi aspetti, mi riservo la facoltà di godere di uno dei giorni di riposo che ho accumulato fino a oggi».
Quell’anno la notte di Capodanno a Torino era più triste di un 17 novembre qualsiasi. Già a mezzanotte e mezza le strade erano vuote; piazza San Carlo, piazza Castello o piazza Vittorio non avevano per terra neppure una lattina di Coca Cola schiacciata o un cartoccio di patate fritte unto e pasticciato. Gli unici a calpestare i lastroni in pietra dei marciapiedi erano i venditori di rose che si spostavano da un locale all’altro, qualche spacciatore che in notti del genere aumenta il “fatturato” e Gianni che di festeggiare non ne aveva proprio voglia.

«Ho paura che il nostro gatto abbia ammazzato una persona» – disse Alfredo appena vide rientrare il fratello in casa. Il ragazzo, moro, riccioluto e con un accenno di peluria tra il naso e le labbra, era chinato sulla lettiera del gatto impegnato a osservare alcune feci che sembravano penzolare nell’aria. «Cosa hai detto?» – chiese Gianni che in quel momento fluttuava in quella terra di mezzo che confina a sud con “stupore-land” e a nord con “machecazzotiseifumato-land”.
«Ti ho detto che ho paura che il nostro gatto abbia ammazzato una persona» – ribadì Alfredo.
«Ho capito cosa hai detto, idiota! Io voglio solo sapere per quale dannato motivo sei poggiato sulla lettiera del gatto che tieni in mano un pezzo di merda che a sua volta è attaccato a un altro pezzo di merda che fluttua nell’aria!» – Gianni, che era convinto di aver avuto una giornata già parecchio pesante, a questo punto era spazientito. Si teneva in casa quell’individuo dalla furbizia discutibile solo per fare fede a una promessa che aveva fatto a quella santissima donna di sua madre, ma era quasi certo che prima o poi la sua fotografia sarebbe finita sulla prima pagina della cronaca cittadina.
«Allora, seguimi» – disse Alfredo scandendo con saccenza ogni singola parola – «Li vedi questi due pezzi di cacca? Sono tenuti insieme da un capello sottilissimo, scuro, lungo e riccio. Dobbiamo solo capire dove abbia nascosto il cadavere».
«Cretino!» – tuonò Gianni con talmente tanta enfasi da far quasi saltare i vetri delle finestre – «Quello è un capello di Gina e Gina è viva e vegeta!».
«Bravo, la fai facile tu!».
«La faccio facile perché è facile!».
«E come ci è finito questo capello nella merda del gatto?».
«Tu devi ringraziare che mamma è papà avevano buttato la scatola, altrimenti tu non saresti in questa casa a rompere i coglioni. Pezzo difettoso che non sei altro» – Gianni si divertiva a insultare il cerebroleso fratello con invettive così sottili da risultare per lui incomprensibili e solitamente quegli insulti creativi risultavano essere l’apice e la conclusione delle discussioni – «Alzati idiota!».

Gianni Cadeddu, cuoco pluridecorato che aveva conosciuto la fama nazionale e internazionale grazie alla famosa trasmissione televisiva “Sardinia in Coxina”, era fermamente convinto che la sua vita non fosse all’altezza delle sue più che comprensibili aspettative. Non aveva una casa da Re, non incassava uno stipendio da favola, non rilasciava interviste a destra e manca e, infine, non era fidanzato con la donna più bella del reame, quella che lui bramava ardentemente. La donna che spiava dal buco della serratura ogni volta che ne aveva l’occasione; colei per la quale avrebbe scalato le montagne a piedi scalzi, affrontato i leoni a mani nude e ascoltato un discorso di suo fratello per intero senza tappi.
Di lei sapeva tutto. Conosceva a memoria il calendario della sua tournée teatrale e di alcuni spettacoli aveva perfino imparato a memoria dialoghi, monologhi e movimenti sul palco. Se qualcuno lo avesse chiesto avrebbe potuto addirittura scriverne la biografia. Gianni Cadeddu, cuoco pluridecorato ma non troppo conosciuto, era follemente innamorato di Rosetta Scursatone, attrice teatrale rincorsa da registi, attori, attrici e drammaturghi. Lui era innamorato a tal punto da aver tappezzato le pareti della sua stanza di poster, fotografie e manifesti. Lo era a tal punto da non perdersi neppure una sua data che fosse in un teatro compreso in un raggio di 300 chilometri da casa sua. Lo era a tal punto da aver scollegato il decoder dal televisore per collegarvi il cellulare per guardare su un comodo 56 pollici le “Storie” che ogni due per tre lei pubblicava su Instagram.

Erano circa sei ore che Gianni non aveva nessuna notizia da parte di Rosetta. Non che lei fosse a conoscenza della loro storia d’amore e neppure che si preoccupasse di scrivergli, telefonargli o comunicare con lui in qualche modo. La loro relazione, più immaginaria che platonica, era tutta sulle spalle di Gianni che doveva ricordarsi di interagire più e più volte al giorno con il profilo facebook, twitter e instagram di Rosetta, di leggere i post del blog e di condividere tutte le news che la riguardavano.
Da circa sei ore però, più o meno dalle ore 20 del 31 dicembre, non aveva più ricevuto alcuna sua notizia. Su Facebook neppure un post di auguri per il nuovo anno, nemmeno un retweet dell’ashtag della notte di San Silvestro e nemmeno un video in diretta su Instagram del conto alla rovescia verso il nuovo anno. Che fosse successo qualcosa?
Il cuoco pluridecorato cominciò a scandagliare la rete in modo forsennato. Nella sezione ricerca di Google digitò freneticamente il nome e cognome dell’amata e poi lesse tutte le notizie che la riguardavano, anche quelle vecchie. Su Wikipedia lesse per intero la biografia di “Rosetta Scursatone (Attrice)” per verificare se qualcuno avesse aggiunto qualche dettaglio rilevante. La preoccupazione era sempre maggiore. Adesso ne era sicuro, le era successo sicuramente qualcosa.

“Blink”. Alle tre del mattino circa, una notifica sul cellulare interruppe il suo febbrile delirare: ROSETTA SCURSATONE È IN DIRETTA. Era in diretta su Facebook in quel preciso istante. Era viva.
Rosetta era abbandonata su un divano, sommersa da numerosi cuscini di svariati colori dai toni caldi. Il vestito nero, che già indossava nella fotografia che aveva postato alle 20 circa, adesso le cadeva un po’ sulle spalle. Era rilassata, a tal punto da aver abbandonato la formalità della miglior dizione e pettinatura per lasciarsi andare a un più gioviale sorriso da compagnia allegra. Al suo fianco un ragazzo in giacca scura e camicia bianca le reggeva il gioco in quella che sarebbe stata la gag che aveva cacciato Gianni Cadeddu, cuoco pluridecorato, in quel grosso casino dal quale adesso non sapeva proprio come uscire.
Il cuoco, udite le parole dell’attrice, si catapultò giù dal letto, indossò in tutta fretta la prima maglia che trovò sulla sedia vicino alla scrivania e fece per uscire di casa quando Alfredo, allertato da tanto bordello, lo bloccò davanti alla porta di casa: «Dove vai in tutta fretta?».
«Fatti i fatti tuoi e non rompere le palle».
«E no mio caro. Se non sbaglio quelle che hai in mano sono le chiavi della mia macchina, quindi adesso mi dici dove vai così di fretta con la mia macchina».
Gianni afferrò il braccio del fratello e con forza immane lo spostò: «In Valle d’Aosta. Vado da Rosetta in Valle d’Aosta».

L’attrice, che era consapevole della forza dei suoi 200.000 follower, aveva appena lanciato un contest e Gianni non poté fare a meno di constatare che quella fosse l’occasione giusta per lui. C’è chi internet lo usa per farsi pubblicità, chi lo utilizza per fare beneficenza, chi per per divulgare notizie, idee o messaggi importanti; Rosetta Scursatone invece decise di utilizzarlo per soddisfare la propria voglia di porceddu sardo. Il contest era semplice, dal momento dell’inizio della diretta il primo che le avrebbe portato un maialino sardo e che lo avrebbe cucinato per lei sarebbe stato suo ospite fino all’Epifania. Per Gianni un’occasione più che ghiotta, lui che era il maestro del porceddu e che grazie al porceddu aveva vinto la trasmissione televisiva “Sardinia in Coxina” non poteva sottrarsi alle volontà dell’amore.

Prima di tutto si sarebbe dovuto procurare un porceddu. La questione non lo preoccupava più di tanto. Non c’era spazio per la paura, per i sensi di colpa o per l’indecisione. Il tempo era tiranno e lui avrebbe dovuto giocare la partita più semplice che gli venisse in mente. Un, due, tre e oplà era a bordo della vecchia Opel Kadett che usava il fratello, la stessa che aveva preso in prestito dal nonno, un vecchio sindacalista che la utilizzava sempre meno. Direzione bistrot. Lì avrebbe chiesto, rubato o rapito un maialino sardo. Poi di corsa verso la Valle d’Aosta dove, una volta raggiunta Rosetta, avrebbe cucinato il miglior porceddu di sempre.
Tutto sembrava procedere nel migliore dei modi. Al ristorante tutti, compreso il vecchio proprietario, rimasero stupiti di rivederlo: «Sono qui per prendere un maialino sardo» – disse il cuoco. Il titolare del bistrot subì miseramente. Una volta dentro la cella frigorifero prelevò il più bel maialino che ci fosse. Quella bestia sarebbe stata il suo anello di fidanzamento. Quel piatto sarebbe stata la sua proposta di matrimonio.
Di nuovo a bordo della sua Kadett uscì da Torino e prese l’autostrada. Nessun intoppo tutto andava alla perfezione. Gianni era sereno, il suo sogno d’amore era a un passo dal realizzarsi quando all’altezza di Ivrea qualcosa si spiaccicò sul parabrezza dell’auto. Mamma che paura. Uno spavento talmente improvviso che il cuoco pluridecorato dovette guardarsi più volte allo specchio prima di riconoscere quel tizio con i capelli bianchi e le rughe in viso.
Sceso dalla vettura fece luce sul parabrezza con una piccola torcia da campeggio. La poltiglia era sparsa ovunque, era rossiccia, ma aveva delle venature biancastre. “Maialino santissimo, avrò investito una bestia”, si disse Gianni. Sì, ma cosa? Non c’era tempo per pensare. Saltò nuovamente in macchina e accese la vettura quando qualcos’altro si andò a spiaccicare sull’auto, questa volta contro la fiancata. “O caspita, ma cosa sta succedendo?” pensò Gianni, quando di colpo la sua auto fu investita da un vero e proprio bombardamento. Da destra, da sinistra, da dietro, da davanti. Da ovunque arrivavano bombe che si schiantavano contro di lui.
Gianni accese i fari dell’auto per guardare meglio chi fossero gli artefici di quell’imboscata e si trovò circondato da una trentina di aranceri. «Ma cosa state facendo? Ma perché mi state distruggendo la macchina?» – cominciò a urlare il cuoco pluridecorato da dentro l’abitacolo del veicolo. Uno degli aggressori, udita la supplica dell’uomo fece segno ai suoi di smetterla con l’assedio e disse solamente: «Adesso prova ad arrivarci da Rosetta Scursatone se ci riesci» – e si ritirò con gli altri ventinove lanciatori di agrumi di Sicilia. Ora era tutto chiaro, si trattava del sabotaggio messo in atto da un suo rivale in amore che adesso avrebbe avuto la certezza di essere il primo a porgere il porceddu tra le braccia di Rosetta.

Se solo non avesse guardato quella stramaledettissima diretta su Facebook Gianni adesso non si sarebbe trovato in quel grosso pasticcio dal quale non sapeva proprio come uscire.

Ad assistere alla scena, nascosto tra gli alberi del bosco c’era un vecchio veneziano ormai residente a Ivrea da decenni: «Tosatèlo, perché ti hanno combinato questo?» – domandò a Gianni che prima di rispondere dovette capire chi diavolo avesse parlato, ma quando vide quell’anziano signore decise di fidarsi incondizionatamente e gli rispose: «Perché mi vogliono portare via la fidanzata».
«Questi maledetti aranceri!» – disprezzò il vecchietto. Per lui quegli apostati del carnevale erano un’ossessione. Li pedinava, li spiava e se poteva li sabotava. Aveva combattuto contro dinastie intere di lanciatori di arance per difendere l’onore della più nobile e antica arte veneziana. «Non ti preoccupare Tosatèlo, ci penso io», prese per mano Gianni e lo condusse lungo una stradina in mezzo al bosco. Arrivato davanti all’ingresso di una piccola grotta entrò e gli fece segno di seguirlo. Il cuoco pluridecorato fu investito da un forte odore di muffa e già al quarto passo aveva sbattuto un paio di volte il ginocchio contro rocce sporgenti. «Ma cosa ci facciamo qua?» – chiese al vecchio veneziano, ma dall’anziano signore non ebbe nessuna risposta. Anzi, nel giro di alcuni secondi di lui perse anche il contatto visivo e fisico.
Avete presente il panico? Ecco, Gianni in quell’istante si convinse di essere a un passo da una vera e propria crisi di panico. Il puzzo, il buio e in più aveva stampata dentro la testa l’immagine di quei trenta aranceri che sparivano lungo la strada in direzione Aosta. «Ma cosa sta succedendo? Cosa sta facendo? Dove è finito?» – cominciò a mitragliare di domande Gianni. Del vecchio neppure mezza risposta fino a quando improvvisamente la grotta si illuminò di una luce artificiale. Davanti agli occhi del cuoco pluridecorato quella che a tutti gli effetti poteva essere considerata una vera e propria officina, al centro della stanza una motoslitta: «Benvenuto nella mia caverna». A Gianni cadde a terra la mandibola e il vecchio, dopo averlo aiutato a raccoglierla, lo condusse alla motoslitta e gli disse: «Monta! Usa questa e schizza fino ad Aosta». Il vecchio stava mettendo a disposizione del ragazzo quel suo ultimo gioiello che era in grado di viaggiare a velocità folli su qualsiasi tipo di terreno. Il cuoco schizzò via.

La sua corsa fu folle e anche senza speranza. Quando arrivò sotto casa di Rosetta Scursatone trovò parcheggiato il carro circondato da 29 aranceri, il capo stava salendo le scale con in braccio un grosso maialino sardo. Gianni corse verso le scale tra lo sberleffo generale e quando varcò la soglia della casa della bella attrice la trovò intenta a impartire istruzioni all’arancere che avrebbe dovuto cucinarle il porceddu. Tutti riuscirono a sentire il cuore di Gianni fare “crack”, anche Rosetta Scursatone che si voltò a guardarlo e colpita dal dolore che era dipinto sul volto di quell’uomo decise di concedere anche a lui un’opportunità: «Anche lei è qui per il porceddu? Farò uno strappo alla regola, vada in cucina e me lo prepari..».
Gianni cominciò ad armeggiare ai fornelli, lui che era il cuoco pluridecorato, il vincitore della famosa trasmissione televisiva “Sardinia in Coxina” avrebbe sicuramente primeggiato in quella gara. I due pretendenti si lanciavano occhiate di sfida, affilavano i coltelli e di nascosto si gettavano schizzi di acqua bollente mentre Rosetta Scursatone comoda nell’altra stanza beveva, rideva e attendeva. «Ragazzi a che punto è il mio maialino?» – cinguettava l’attrice che senza aspettare la risposta riprendeva a bere, ridere e attendere. «Ragazzi è pronto?» – blaterava l’attrice che senza aspettare la risposta riprendeva a bere, ridere e attendere. «Ragazzi manca assai?» – spazientiva l’attrice che senza aspettare la risposta riprendeva a bere, ridere e attendere. «Ragazzi qui la fame bussa» – imponeva l’attrice che senza aspettare la risposta riprendeva a bere, ridere e attendere.

Gianni fu il primo a portare il vassoio con il porceddu nella stanza da pranzo, lo poggiò su un lungo tavolo e si mise di lato. L’arancere arrivò qualche istante dopo e mise il vassoio quattro mani più in là. Rosetta Scursatone entrò in sala e si accomodò, osservò i due vassoi e inalò tutta l’aria che poté; poi prese la forchetta e il coltello e fece per tagliarne un pezzo, quando di colpo si bloccò per domandare: «Ma la fonduta dove l’avete messa?». La fonduta? A Gianni ricadde a terra la mandibola, ma questa volta non c’era il vecchio veneziano pronto a risollevargliela. «Mi scusi Rosetta» – intervenne il cuoco pluridecorato – «Non credo di aver compreso, ci aveva chiesto di cucinarle il porceddu. Perché chiede la fonduta?».
«Come perché chiedo la fonduta.. noi valdostani la mettiamo ovunque!» – rispose Rosetta.
«E no, io son sardo e non ci penso neppure di mettere la fonduta sul porceddu».
«Allora sciò» – sbraitò l’attrice.
«Certo che me ne vado, ma prima mi prendo il maiale». E fu così che il cuoco pluridecorato poche ore dopo si ritrovò nella caverna del vecchio veneziano a consumare quel maialino annaffiandolo con del fantastico buon vino. La storia con Rosetta Scursatone non sarebbe mai potuto sbocciare perché l’amore sarà pur cieco, ma comunque ha buon gusto.

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